A Proposito di Lievito Madre!!

PANE A LIEVITAZIONE NATURALE Il pane a lievitazione naturale è un prodotto ottenuto attraverso l’utilizzo del lievito madre o pasta madre, un impasto fermentato naturalmente che contiene lieviti e batteri lattici. Questa tecnica tradizionale, riscoperta e valorizzata negli ultimi anni, offre numerosi vantaggi in termini di gusto, digeribilità e valore nutrizionale. Caratteristiche del pane a lievitazione naturale
  1. Lievito madre
    • È un impasto di farina e acqua che, lasciato fermentare, sviluppa una microflora naturale composta da lieviti e batteri lattici.
    • La fermentazione lenta produce acidi organici (acetico e lattico) che conferiscono al pane un aroma unico e una maggiore durata.
  2. Processo lento e naturale
    • La lievitazione può richiedere dalle 8 alle 48 ore, a seconda delle condizioni ambientali e delle preferenze del panettiere.
    • La fermentazione lenta migliora la digeribilità e sviluppa sapori complessi.
  3. Gusto e consistenza unici
    • Il pane ha un sapore leggermente acidulo, una crosta croccante e una mollica morbida, alveolata e ben idratata.
Vantaggi del pane a lievitazione naturale
  1. Digeribilità
    • I batteri lattici degradano il glutine e pre-digeriscono gli amidi, rendendo il pane più facilmente assimilabile.
    • Riduzione di problemi digestivi associati al consumo di pane prodotto industrialmente.
  2. Durata prolungata
    • Grazie agli acidi organici prodotti, il pane si conserva più a lungo senza sviluppare muffe.
  3. Profilo nutrizionale migliore
    • La fermentazione attiva migliora la biodisponibilità di minerali come ferro, zinco e magnesio.
  4. Assenza di additivi chimici
    • È un prodotto naturale al 100%, privo di conservanti, miglioratori e agenti lievitanti chimici.
  5. Sostenibilità
    • La produzione di pane a lievitazione naturale è spesso associata all’uso di farine integrali o di grani antichi, promuovendo la biodiversità e la coltivazione sostenibile.
Processo di produzione
  1. Preparazione del lievito madre
    • Si alimenta con farina e acqua, mantenendo costante il ciclo di fermentazione.
  1. Impasto
    • Il lievito madre viene incorporato alla farina, acqua e sale per creare l’impasto.
  2. Prima lievitazione
    • L’impasto riposa per diverse ore a temperatura ambiente o in un ambiente controllato.
  3. Formatura
    • Si dà forma ai pani, che vengono lasciati riposare per una seconda lievitazione.
  4. Cottura
    • Il pane viene cotto a temperature elevate (200-230°C) per creare una crosta croccante e ben colorita.
Farine e varianti del pane a lievitazione naturale
  1. Farine utilizzate
    • Farina di grano tenero, integrale, farro, segale, kamut o grani antichi, Senatore Cappelli, Tipo 1, Tipo 2
    • Le farine biologiche sono spesso preferite per rispettare il carattere naturale del prodotto.
  2. Varianti comuni
    • Pane integrale: ricco di fibre e minerali.
    • Pane ai cereali: con semi e grani per un maggiore apporto nutrizionale.
    • Pane al farro o alla segale: sapore rustico e intenso.

Lievito Madre: una tradizione che fermenta Innovazione!!

Lievito Madre: una tradizione che fermenta Innovazione!!

Nel mondo del Pane e della Pasticceria, ma un vero e proprio simbolo di cura, pazienza e passione.
Questo piccolo “ecosistema vivente” è un mix perfetto di tradizione e scienza. Utilizzarlo significa riscoprire antichi sapori ma anche investire nel futuro della qualità alimentare:

  • Naturalità: Niente additivi, solo la forza della natura.
  • Sostenibilità: Un prodotto che cresce e si rinnova nel tempo.
  • Unicità: Ogni lievito Madre è diverso, racconta una storia unica.

Utilizzarlo richiede dedizione e attenzione quotidiana, ma il risultato?
Un Pane che profuma di autenticità, un Dolce che racconta il tempo e la tradizione.

Trovare Studiare Semplificare

Trovare Studiare Semplificare

In un periodo storico come questo dove i prezzi di ogni cosa salgono, il personale specializzato si fa fatica a trovare, quello che si trova (visto il momento critico) costa di più

Bisogna formarne di nuovi in modo semplice, senza che abbia particolari specializzazioni.

E’ necessario trovare nuove soluzioni, nuove idee capaci di mantenere fermi i costi fissi e aumentino la produttività, alzando e ottimizzando le capacità produttive.

Abbassare i margini non per forza deve significare perdita di guadagno, non si deve rischiare di ridurre la qualità acquistando ingredienti alternativi che non ci garantiscono gli stessi standard (questa è la soluzione più semplice, ma non la più intelligente), modificare le ricette con ingredienti meno qualitativi per ridurre i costi, non serve anzi potrebbe rivelarsi un vero e proprio danno:

  • Perdita di clienti
  • Rieducazione del personale all’utilizzo di altri ingredienti, che non sempre viene applicato e interpretato nel modo più corretto
  • Modifica di elenco ingredienti al cliente, che quando legge ingredienti che non condivide, diversi, percepisce il cambio di stile “Qualità” “meno Qualità”
  • Rischiare che al prossimo cambio di listino del fornitore ci troviamo di nuovo a gestire il problema

E’ questo un momento dove bisogna cercare di mantenere si i margini corretti, anzi se possibile aumentarli, ma a valore:

Ridurre si il margine assoluto sul singolo prodotto (è inevitabile) ma se manteniamo il livello di Qualità alto, mantenendo i costi fissi sotto controllo cercando di non alzarli anzi abbassandoli con strumenti ed organizzazione sul lavoro, studiando acquisti e metodi che possono aiutarci a creare un sistema stabile e continuativo che non disorienta il cliente, ma lo tranquillizza.

Purtroppo il momento è critico per l’acquisto di ogni bene, dalle materie prime ai costi di gestione.

Bisogna alzare i volumi di vendita ed aumentare il margine sul totale dei volumi venduti, come?

  • Ridurre i costi di produzione
  • Mantenere alta la qualità dei prodotti
  • Garantire un buon, puntuale servizio ai clienti
  • Costanza sui prodotti per garantire fidelizzazione del cliente
  • Assortimento ampio e di tutti i gusti, per generare vendite d’impulso
  • Prodotti per ogni esigenza alimentare, cercare di soddisfare ogni cliente, ci sono clienti con esigenza alimentare diverse, non possiamo perderli, o lasciarli andare al trove.
  • Bisogna generare vendite anche fuori dal contesto di consumo immediato/somministrato sul posto, bisogna fargli portare il prodotto anche a casa
  • Rendersi disponibili a fornire servizio anche in occasione di ricorrenze.

Bisogna lavorare sulla:

  • Tecnica di preparazione
  • Formazione del personale
  • Sulla gestione del servizio
  • Continuità qualitativa e assortimentale

Garanzia sugl’ingredienti

Cambiamento nella panificazione e pasticceria

Innovazione:

A volte per innovare si devono anticipare i tempi, rischiando di non essere compresi.

Vale la pena rischiare e alimentare l’informazione e la formazione.

La conoscenza abbinata al metodo, alla tecnica, all’esperienza e al buon senso vale più di ogni ricetta.

GENERARE UN CAMBIAMENTO 

No ad un cambiamento conseguenziale, dato da quello che fanno gli altri.

O solo in apparenza, cioè se ne parla, lo si vuole fare, ma si rimane sempre radicati ai vecchi concetti, prodotti, o metodi.

Spesso condizionati solo dal fattore prezzo, «sempre a ribasso» pensando che questo determini la capacità di ognuno.

Ma soprattutto in certi settori il cambiamento va studiato, con intuizione, con il coraggio di fare cose che altri non fanno, solo così si possono creare nuove opportunità di vendita, stimolare l’attenzione di quei clienti che spesso sono indifferenti alle nostre proposte, o perché trovano da noi quello che trovano anche da altri, per cui lo vedono senza particolare interesse, o solo perché costa meno.

Capaci di fare un vero cambiamento/differenziarsi:

  1. Diventare unici, pur proponendo quello che propongono gli altri, ma facciamolo meglio!
  2. Diventiamo unici, arricchiamo l’offerta/l’assortimento, creare novità sia nel prodotto che nel metodo, senza dover condizionare il prezzo in virtù della concorrenza, sicuramente stimoliamo nuovi e vecchi clienti
  3. Facciamo parlare di noi, non saremo noi a rincorrere gli altri! Ma correremo davanti agli altri.

 

L’ATTENZIONE ALLA:

  • Qualità dei Prodotti, cura delle ricette, ingredienti, sempre attenti a nuove esigenze e richieste dei clienti, con proposte legate al tradizionale, al naturale, al salutistico, al Diverso-Nuovo
  • Qualità di servizio, personale ben formato, attento ad ogni aspetto “Pulizia, esposizione prodotti, capaci di descrivere i prodotti, capaci di consigliare,
  • Qualità dell’assortimento, capace di soddisfare il palato di tanti, capace di stimolare nuovi acquisti, il banco deve sempre appagare la vista, anche di quei clienti più esigenti, ed ogni giorno deve trasmettere senso di freschezza.
  • Qualità di ambiente, Ambiente caldo, accogliente, ben curato, che non prevalga sul prodotto, ma che offre sempre la massima visibilità, anzi lo faccia risaltare dandogli l’importanza che si merita.

Visibilità su alcune produzioni, creare emozioni date dai profumi, dallo sfornare a vista, dare sempre il senso di appena preparato/sfornato

La mente che si apre ad una nuova idea non torna mai alla dimensione precedente.”
Albert Einstein 

“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose.”
Albert Einstein

La conoscenza e la formazione

La conoscenza e la formazione

Può esistere un progetto a prova di stupido?

O i progetti possono essere studiati nei minimi particolari ed essere messi a prova di chiunque?

Per anni ho sentito parlare di progetti a prova di stupido, ho visto tante attività partite con questo criterio, ma negli anni ne ho anche visti chiudere tanti.

Francamente penso che i progetti possono essere pensati, studiati e sviluppati con la conoscenza, dando la possibilità d’imparare a chiunque abbia voglia, naturalmente per abbreviare la formazione bisogna accettare, sfruttare l’innovazione, ed essere capaci di creare la semplicità d’insegnamento/apprendimento ed il metodo per poter garantire e replicare ciò che stato fatto. Un lavoro può essere fatto da chi non ha esperienza in quel settore, ma i progetti/processi devono sicuramente essere supportati da persone che conoscono ed hanno esperienza in quel settore, sono in grado di trasferirle ad altri, creando strumenti di supporto.

Costantemente essere in grado di verificarne la corretta applicazione, non basta dire le cose, non basta aver scritto…. Ma serve un costante controllo ed una grande capacità nel gestire le criticità di un progetto.

 

La Sforneria 1° parte

SPECIALISTA NELLA PASTICCERIA E PANIFICAZIONE


Al pane mi dedico da quando avevo 14 anni. Ho iniziato a lavorare quasi casualmente come pasticcere nel 1981, entrando nel mondo della panificazione nel 1995.
La ricerca e lo sviluppo sono sempre state le mie parole d’ordine. E’ per questo che da ragazzo ho viaggiato molto, apprendendo vari metodi di lavoro e operando anche in villaggi turistici, hotel di lusso stranieri e navi da crociera. Il confronto è stato fondamentale per approfondire tecniche e sviluppare idee, cogliendo i suggerimenti di maestri del pane italiani ed esteri.

IDEE INNOVATIVE

A partire dal 1997, ho messo a punto il progetto Punto Caldo. L’idea che mi è venuta è stata dunque quella di rilanciare il lavoro del panettiere cercando il modo di abbattere la fatica.
Quello del panificatore è un mestiere duro e faticoso che oggi pochi giovani sono disposti a imparare. Per questo sono diventato un pioniere del metodo Punto caldo, una tecnica fondata sull’uso di prodotti surgelati che possono essere lavorati e cotti in ogni momento, senza bisogno di troppo lavoro notturno né di licenze particolari.

RICERCA E INNOVAZIONE

Ho sempre amato la ricerca di nuovi prodotti e nuove tecniche.
Nel 2006 ceduto il mio Punto caldo arcorese che mi ha impegnato intensamente per tre anni, mi posso dedicare a tempo pieno alla consulenza per aspiranti imprenditori che intendono aprire negozio analogo, o semplicemente rivedere la loro organizzazione produttiva.

L’ARTE DELLA PANIFICAZIONE

Arte antica, quella del panettiere. L’origine della pratica di trasformare la farina in buon pane, mischiandola con acqua, sale e lievito, si perde nella notte dei tempi.
Visto che parliamo di un prodotto di largo consumo le cui radici vanno molto lontane per tradizione, cultura e importanza nutritiva, il pane non ha mai smesso di essere presente sulle nostre tavole per il piacere collettivo di consumarlo nella freschezza e genuinità alimentare. L’abitudine al consumo giornaliero di pane e dei suoi derivati ha determinato la necessità di scoprire nuove tecniche, capaci di unire le ricette più artigianali con i metodi più moderni senza mai trascurare la qualità e le caratteristiche nutrizionali del prodotto.

COS’È IL PUNTO CALDO

Il Punto Caldo è un nuovo tipo di panificio dove si preparano e si vendono pane, pizze e prodotti da forno in genere. In un Punto caldo non s’impasta niente, di conseguenza non ci sono impastatrici o macchine per la preparazione dei prodotti. Le materie prime non sono più le farine e i vari mix; si trasformano invece impasti acquistati crudi o surgelati; già formati o da trasformare secondo la propria creatività, personalizzando i prodotti e creando margini di guadagno più interessanti. A differenza di un panificio tradizionale, l’utilizzo di prodotti crudi e surgelati, preparati da fornitori selezionati e specializzati, consente un minor impegno per la gestione del punto vendita e si traduce in miglior servizio offerto.

UN PUNTO CALDO E’ CARATTERIZZATO DA SEMPLICITA’ E FLESSIBILITA’

I prodotti vengono impastati, formati, in alcuni casi lievitati, abbattuti, e conservati in apposite celle di mantenimento a – 20°, distribuiti nei vari punti vendita “Punti Caldi” a cui non rimane altro che farli rinvenire o lievitare (a seconda delle modalità d’uso e di tempo) personalizzarli, e cuocerli, per venderli sempre freschi appena sfornati. Per aprire un forno non è necessaria una licenza di panificazione, è sufficiente avere un locale idoneo, munirsi di autorizzazione igienico-sanitaria rilasciata dalla Asl e dare comunicazione scritta Comune in cui si intende aprire l’attività.

PUNTO CALDO E PANIFICIO TRADIZIONALE

Il Punto caldo differisce dal Panificio tradizionale, che definiamo come un punto vendita con annesso un laboratorio attrezzato con impastatrici e spezzatrici (macchine per la formatura dei diversi tipi di pane). In un panificio tradizionale la lavorazione avviene solitamente nelle ore notturne o di mattina presto, generalmente da dopo mezzanotte fino alle 9/10 del mattino. Si produce un quantitativo fisso di prodotti che poi vengono venduti durante tutta la giornata fino ad esaurimento. Un panificio, generalmente, impiega del personale specializzato e utilizza ore di lavoro notturno.

ALTRI SVANTAGGI DI UN PANIFICIO TRADIZIONALE

  • Ha un assortimento limitato a causa delle attrezzature e della necessità di evitare tanti piccoli impasti che abbasserebbero la produttività.
  • I prodotti devono essere preparati con largo anticipo e spesso invecchiano prima di essere veduti.
  • Non riesce a gestire le quantità da produrre: a volte il prodotto rimane invenduto, altre volte finisce troppo presto, creando un comprensibile disservizio al cliente.

PUNTO CALDO E RIVENDITA DI PANE

Il Punto caldo differisce anche da una rivendita, che è un semplice negozio dove non si cuoce in pane: il prodotto infatti arriva già pronto. Le modalità e gli inconvenienti di gestione e di vendita sono simili a quelle del panificio tradizionale, con uguali problemi di quantità, di assortimento e di invecchiamento prodotto, con assenza di personalizzazione del prodotto e flessibilità.

INCONVENIENTI DELLA RIVENDITA

  • Il prodotto finito viene consegnato sfuso in ceste, con sistemi non sempre adeguati dal punto di vista igienico. Questo comporta la possibilità di contaminazione del pane, e la sua esposizione alle intemperie del tempo (pioggia e altro) visto che lo scarico dall’automezzo che trasporta il pane al punto vendita avviene allo scoperto.
  • In una rivendita, non avendo gli stessi margini di guadagno del panificatore vero e proprio, la gestione è pesantemente penalizzata dalla scarsa disponibilità di prodotto, il timore dell’esercente di avere a fine giornata grosse di invenduto.
  • Per questo motivo è inevitabile causare un disservizio al proprio cliente, oltre a limitare il proprio fatturato.

Continua a seguirci per scoprire altre novità del settore inerenti al Punto caldo!!

La Sforneria 2° parte

GLI OBIETTIVI DEL PUNTO CALDO

  • Offrire una gamma di prodotti molto ampia, sfornati durante tutta la giornata in modo da vendere un prodotto sempre fresco, appena sfornato e capace di stimolare il consumatore ad acquisti “d’impulso”.
  • Andare incontro alle esigenze dei clienti, sempre più esigenti ed attenti, con una vasta offerta di prodotti sempre freschi, anche dietetici, salutistici, biologici o anche semplicemente nuovi.
  • Il Punto Caldo utilizzando prodotti crudi e surgelati (da lievitare e cuocere), precotti e surgelati (da dorare) o crudi e surgelati da cuocere direttamente, riduce i costi di produzione e limita le perdite dovute a mancanza di prodotto o al pane invenduto.

VANTAGGI DEL PUNTO CALDO

  • Un Punto Caldo offre grandi vantaggi al consumatore che può scegliere il pane che più si avvicina alle sue aspettative, tra una vasta gamma di prodotti appena cotti e di ottima qualità.

VANTAGGI COMPETITIVI DI UN PUNTO CALDO

  • Utilizzo di personale non specializzato (ma formato in un breve tempo).
  • Offerta ampia di prodotti di qualità e di sicuro impatto capaci di sviluppare anche vendite d’impulso.
  • Costante presenza di prodotti freschi sul banco, garantendo al cliente del pomeriggio o della sera di trovare la stessa offerta del mattino.

ALTRI VANTAGGI’ DEL PUNTO CALDO

  • Riduzione dell’invenduto.
  • Facilità di gestire la produzione, le scorte e le ordinazioni dei clienti
  • Maggiore produttività.
  • Facilità di gestione, anche dal punto di vista igienico, del proprio laboratorio.
  • Riduzione degli spazi di lavoro e quindi dei costi di locazione.

LA QUALITÀ E GARANZIA DEI PRODOTTI

  • È ormai qualche anno che in Italia si lavora sul perfezionamento del pane crudo e surgelato. Oggi si è raggiunta una buona conoscenza del metodo ottenendo un’elevata qualità e un’ampia gamma di prodotti sia per formato che per tipologia di pane.
  • I prodotti di un Punto Caldo sono garantiti nella loro composizione (ingredienti) e nella loro lavorazione (ambienti). I prodotti nascono da fornai che hanno adottato la tecnologia del freddo, con regolari licenze di produzione e surgelazione, con impasti dedicati, con ingredienti ad alta rotazione, conservati e trasportati in apposite celle mai esposti a contatti esterni (come può accadere per il pane fresco).

L’ESPERIENZA DIRETTA: APRE IL PUNTO CALDO DI ARCORE

  • Nell’agosto 2003, in un locale di soli 80 metri quadri nel cuore di Arcore, ha preso forma il mio primo Punto Caldo.
  • Non un semplice forno, ma il frutto di anni di esperienza e formazione e di un coraggioso ma consapevole salto verso un modo nuovo di vendere pane e derivati.

IL  GRANDE SALTO

  • Il Punto Caldo di Arcore è stato uno spartiacque tra una carriera dedicata alla ricerca e l’applicazione pratica di varie intuizioni.
  • Per aprirlo non è stata nemmeno necessaria una licenza di panificatore, ma semplicemente i permessi sanitari e quello rilasciato dalla Camera di commercio.
  • E’ questo uno dei vantaggi del Punto Caldo: non servono particolari qualifiche, cosicché chiunque, con una formazione ad hoc di qualche mese, può intraprendere l’attività.

L’ATTENZIONE PER IL CLIENTE

  • La freschezza del prodotto nell’intero arco della giornata ha rappresentato un grande valore aggiunto, soprattutto per il cliente che, per il successo di un negozio, deve essere messo al centro dell’attenzione.

CONSUMATORE PROTAGONISTA

  • Nel mio panificio, ho cercato di rendere il consumatore sempre più protagonista delle sue scelte. Ho perciò garantito un assortimento quotidiano vastissimo puntando anche su “proposte su misura”.
  • Ho prestato attenzione ai gusti e alle richieste dei clienti, evitando di imporre modelli precostituiti e variando l’offerta stagionale e accostando ai prodotti da forno la vendita in scaffale di prodotti regionali che ben si accompagnano al pane.
  • L’esito è stato la fidelizzazione del cliente: il punto forte del mio progetto, confermato dal numero quotidiano di consumatori che hanno scelto per tre anni il mio negozio.

LA FILOSOFIA DEL PUNTO CALDO DI ARCORE

  • Il mio scopo era quello di impostare, nel piccolo spazio a disposizione, un’attività commerciale di alto livello, in grado di diversificare il prodotto il più possibile, di garantire una qualità all’antica ma anche spunti innovativi raccolti durante le mie precedenti esperienze in laboratorio, in Italia e all’estero.
  • Volevo soddisfare le richieste del cliente, invece che di imporgli una gamma di prodotti standard.

LA VERA INNOVAZIONE E’ STATA IL METODO

  • Ho iniziato a preparare pane, dolci, pizze e focacce utilizzando semilavorati crudi e surgelati acquistati da fornitori specializzati. Una scelta che mi ha permesso di disporre in ogni momento di una gran quantità di materia prima da lavorare, cuocere ed esporre sul banco.
  • Ho dimezzato la necessità del lavoro notturno e ho potuto offrire ai miei clienti prodotti freschi in ogni momento della giornata. Se il pane terminava durante il giorno, era possibile produrne di nuovo. Il risultato erano prodotti appena sfornati, anche nel bel mezzo del pomeriggio, senza dover ricorrere ai panettieri che, nei comuni forni, lavorano di notte, ma staccano in mattinata per poter dormire.

IMMAGINE e GESTIONE

  • Garantita la qualità del prodotto, la varietà dell’assortimento e la freschezza di pane e derivati, non ho trascurato l’immagine da dare al mio punto vendita. L’ambiente caldo, semplice ma raffinato, fa parte del servizio offerto al cliente. Così come l’allestimento di vassoi con assaggi vari, dedicati ai consumatori. Una scelta che permette anche di far conoscere prodotti nuovi e particolari e di sondare la risposta.
  • Altro fattore importante nella gestione è la fascia oraria di apertura. Il punto caldo di Arcore, per tre anni, ha garantito la serranda alzata dalle 7 alle 20, per rispondere alle esigenze di tutte le categorie di consumatori, compresi i lavoratori che la sera rincasano tardi.

IL SUCCESSO IN CIFRE

  • Le cifre provano concretamente il successo economico del negozio di Arcore, ottenuto con un investimento di risorse piuttosto contenuto. E i buoni risultati riscontrati sia in termini di fatturato che di numero di clienti quotidiani sono accresciuti dal fatto che il punto caldo arcorese era un negozio nato dal nulla. Non ho rilevato licenze precedenti e quindi clienti già affezionati all’insegna, ma sono partito da zero.

RISULTATI

  • Fatturato annuo: da 400mila a 440mila euro.
  • Fatturato giornaliero: da 1.400 a 3.300 euro, con punte di 4.500 in giorni caldi come la vigilia delle feste.
  • Clienti: da 350 a 650 al giorno, nonostante la presenza vicinissima di altri tre panettieri storici;
  • Referenze (tipologie di pasta) in entrata: 30-40
  • Referenze in uscita: almeno 100 diverse, variabili per stagione o periodo
  • Personale: quattro addetti alla vendita e due addetti alla lavorazione, più il proprietario e personale occasionale nei periodi più intensi
  • Luogo: ambiente di 80 metri quadri

Punto Caldo: Innovazione di Valore nel Modello di Business dei Prodotti da Forno

INTRODUZIONE

 

Nella mia ultima prova di questo interessante e motivante percorso di studi in campo economico ed aziendale, ho voluto approfondire la tematica della “value innovation” applicata al comparto dei prodotti da forno, in quanto ritengo che essa possa rappresentare un’opportunità di creazione di valore in un momento particolarmente difficile per l’economia mondiale e di tutti i settori maturi.

Il pane e tutti i suoi prodotti da forno rappresentano per tutti gli occidentali e in particolare per gli italiani, elementi fondamentali della propria dieta e delle proprie abitudine culinarie. Il quesito di ricerca che emergerà dalla lettura di questa tesi è il seguente: “in che modo il nuovo modello di business “Punto Caldo” può rappresentare una modalità innovativa, più economica e personalizzata di produrre e

vendere prodotti da forno?”

 

CAPITOLO 1: VANTAGGIO COMPETITIVO, CREAZIONE ED INNOVAZIONE DI VALORE

 

Prima di definire cosa si intende per innovazione di valore nel modello di business del comparto da forno, occorre chiarire i concetti di catena di valore e di vantaggio competitivo.

 

1.1 – La catena del valore ed il sistema del valore

La catena del valore (Porter, 1985) è una rappresentazione del sistema d’impresa ed è formata da un insieme di attività generatrici di valore per il cliente che producono un margine, che è la differenza tra prezzo di vendita e costi totali sostenuti per la realizzazione di un prodotto (ad esempio: progettazione, produzione, logistica, promozione e commercializzazione).

 

Oltre ad essere uno strumento di analisi, la catena del valore ha anche la funzione di separare l’azienda nelle sue attività strategicamente rilevanti, allo scopo di capire l’andamento dei costi e le fonti esistenti e potenziali di differenziazione.

 

 

Da come si può notare, i fornitori hanno le loro catene del valore (valore a monte), le quali creano e trasmettono gli input acquistati e usati nella catena di un’azienda. I fornitori non soltanto consegnano un prodotto, ma possono anche influenzare le prestazioni di un’azienda in diversi modi. Inoltre, molti prodotti possono passare attraverso le catene del valore dei canali (valore di canale) mentre si dirigono verso l’acquirente. I canali svolgono attività addizionali che influiscono sulle scelte del compratore e delle attività proprie dell’azienda fornitrice. Alla fine del processo, il prodotto di un’azienda diventa parte della catena del

valore del suo compratore. Il punto di arrivo quindi è rappresentato dal valore generato per il cliente finale dall’intero sistema del valore.

Pertanto, acquisire e conservare il vantaggio competitivo dipende non soltanto dalla capacità di comprendere la catena del valore di un’impresa, ma anche dal modo in cui l’impresa è in grado di integrarsi e di creare sinergie ed innovazione di valore con altri soggetti del sistema del valore.

Ogni catena del valore di un’impresa è caratterizzata da un insieme di attività che consistono nel progettare, produrre, vendere, consegnare e assistere i prodotti, divenendo così il riflesso della  propria storia, della propria strategia, e della propria capacità di implementazione della strategia.

In termini concorrenziali, il valore è quella somma che il cliente  è  disposto a pagare in cambio del prodotto/servizio offerto dell’azienda. La misura del valore è data dal ricavo totale dato dal prezzo e dal numero di unità che essa vende. Un’impresa ha il profitto se il valore supera i costi determinati dalla creazione del prodotto.

Attività come, ad esempio, la progettazione, la produzione, la consegna e l’assistenza  esprimono il valore totale dell’azienda e possono essere rappresentate utilizzando  una catena del valore come sotto illustrato:

Figura 1 –  La Catena del Valore

 

 

Si può osservare che la catena del valore è costituita dai seguenti due elementi:

  • le attività generatrici di valore: sono le attività fisicamente e tecnologicamente distinte che un’azienda sviluppa. Queste rappresentano i blocchi costitutivi attraverso i quali un’azienda crea un prodotto interessante per i suoi compratori (Pezzuto, 2011);
  • il margine: è la differenza tra il valore totale e il costo complessivo per realizzare le attività generatrici di valore (Pezzuto, 2011).

 

Ogni attività generatrice di valore per svolgere la sua funzione dipende da input acquistati, dalle  risorse umane e dalla tecnologia. Le attività generatrici di valore vengono distinte in due categorie generali:

 

1  –  attività primarie che a loro volta sono costituite dai seguenti cinque elementi:

  • logistica in entrata: sono attività associate al ricevimento, al magazzino ed al ricevimento delle consegne dai fornitori, al controllo di conformità, alla gestione dei materiali e del magazzino, al controllo delle scorte, allo smistamento dei materiali degli impianti ed alla gestione dei resi ai fornitori (Pezzuto, 2011);
  • attività operative o di produzione: sono attività associate alla trasformazione degli input nella forma del prodotto finale, quale la lavorazione in officina, il montaggio, la confezione, la manutenzione delle macchine, il collaudo, la stampa e la gestione degli impianti (Pezzuto, 2011);
  • logistica in uscita: sono attività associate alla raccolta, alla distribuzione fisica del prodotto ai compratori, alla gestione del magazzino dei prodotti finiti, alla gestione dei materiali, alla gestione dei vettori di consegna e all’elaborazione degli ordini e programmazione delle spedizioni (Pezzuto, 2011);
  • marketing e vendite: sono attività orientate a trovare i mezzi mediante i quali i compratori possono acquistare il prodotto e sono indotti a farlo quali la pubblicità, la promozione, la gestione della forza vendite e delle aree di vendita, l’elaborazione di preventivi ed offerte commerciali, la gestione dei canali, la determinazione dei prezzi e delle condizioni attraverso sconti, abbuoni, termine di pagamento (Pezzuto, 2011);
  • servizi: sono attività correlate alla fornitura di servizi atti a migliorare o a mantenere il valore del prodotto, come installazioni, riparazioni, addestramento, fornitura di parti di ricambio (Pezzuto, 2011).

 

2 – attività di supporto invece sono attività trasversali a tutto il sistema aziendale che   migliorano lo svolgimento delle attività primarie e si sostengono a vicenda e a loro volta  sono rappresentate dei seguenti quattro sottopunti:

  • approvvigionamento: consiste nella ricerca e selezioni dei fornitori, nella negoziazione dei prezzi, nella gestione delle relazioni con i fornitori dalla consegna ai reclami, nella gestione degli acquisti finalizzati alla produzione e alle altre attività (Pezzuto, 2011);
  • sviluppo della tecnologia: è composto dalla generazione di nuove conoscenze sotto forma di tecnologia, R&S di base applicata, know how o procedure, innovazione di prodotto o di processo (Pezzuto, 2011);
  • gestione delle risorse umane: è rappresentato dalla ricerca e selezione del personale, dall’addestramento, dallo sviluppo, dalla gestione della mobilità, dalla valutazione delle prestazioni, dalle retribuzioni e dai sistemi di incentivazione (Pezzuto, 2011);
  • attività infrastrutturali: sono sottocomposte dalla direzione generale, dalla pianificazione strategica, dal controllo direzionale, dall’amministrazione, dalla gestione finanziaria, dagli affari legali, dall’investor relations, dagli affari con enti pubblici, dalla gestione della qualità (Pezzuto, 2011).

 

Le righe tratteggiate della figura precedente rappresentano il fatto che le attività di supporto sono associate a specifiche attività primarie e al tempo stesso sono un sostegno per l’intera catena del valore. Le attività infrastrutturali invece non sono accomunate ad alcuna attività primaria particolare ma sostengono l’intera catena.

Il modo in cui ciascuna attività viene praticata, unito all’aspetto economico, determina se un azienda ha costi alti o bassi o il suo grado di differenziazione che meglio rispecchia i bisogni del compratore rispetto ai suoi concorrenti.

 

Quindi la catena del valore è uno strumento per identificare le attività e sotto-attività generatrici di valore dell’impresa, osservando l’analisi dei flussi dei prodotti, degli ordini, dei processi disaggregando le attività più rilevanti, che hanno tecnologie e logiche economiche diverse, ovvero quelle che hanno un alto impatto di differenziazione potenziale o di costo significativo.

 

Ogni categoria di attività primaria o di supporto può contribuire al vantaggio competitivo dell’impresa secondo diverse modalità. Tali modalità sono le seguenti:

  • attività diretta: è un’attività intenta a creare direttamente valore per il cliente come per esempio le lavorazioni in officina, l’attività delle forze di vendita, la pubblicità, la progettazione del prodotto;
  • attività indiretta: è un’attività che consente di mantenere l’attività diretta in modo continuativo come per esempio la manutenzione, l’amministrazione forza vendita e la gestione degli schedari;
  • assicurazione della qualità: attività fondamentali per un’azienda in quanto assicurano la qualità di altre attività come il collaudo, il monitoraggio, l’ispezione, la revisione, l’aggiustaggio.

 

In ogni azienda, in modo indistinto, sono presenti attività generatrici di valore di tipo diretto, indiretto e di assicurazione di qualità.

 

1.2 – Il vantaggio competitivo

Dopo aver analizzato il concetto di catena del valore, che è differente per ogni azienda, bisogna esaminare il vantaggio competitivo dell’impresa, prendendo in considerazione ciascuna attività e sotto-attività generatrice di valore, che può creare un vantaggio di costo o una base di differenziazione (Porter, 1985).

 

Il vantaggio competitivo non può essere individuato se un’azienda viene considerata un unico soggetto, in quanto deriva da diverse attività aziendali separate che un’impresa compie nel progettare, produrre, vendere, distribuire ed assistere i suoi prodotti. Il mantenimento del vantaggio competitivo dipende dalla durabilità e dalla trasferibilità delle risorse e dalla replicabilità delle competenze. Pertanto è fondamentale determinare un metodo sistemico, per analizzare tutte le attività che un’azienda svolge e come esse interagiscono, se si vogliono esaminare le fonti del vantaggio competitivo. Quando un’impresa può svolgere queste attività strategicamente importanti in modo più economico ed efficiente rispetto ai competitor (vantaggio di costo)  oppure può creare valore differenziale che viene percepito superiore dal cliente attraverso un’offerta unica e difficilmente imitabile (vantaggio di differenziazione). Il vantaggio competitivo della differenziazione consente di poter applicare politiche di “premium pricing” e quindi di conseguenza di  beneficiare di una maggiore redditività all’interno del proprio contesto competitivo.

 

Entrando nei particolari, il vantaggio di costo può creare economie di scala, economie di esperienza, tecnologie di processo, sfruttamento migliore delle reti ed interrelazioni, bassi costi per approvvigionamenti di risorse e/o per la distribuzione e vendita dei prodotti finiti, modello di utilizzo della capacità produttiva e una superiore efficienza organizzativa, di processo e manageriale.

 

Invece il vantaggio di differenziazione può generare scelte di politica aziendale quali la qualità, l’innovazione, la R&S e il marketing, collegamenti all’interno della catena del valore o con operatori posti a valle o a monte, vantaggi derivanti dall’essere i primi nel mercato,         l’accessibilità a risorse di superiore qualità, l’integrazione verticale, un miglior grado di utilizzo delle capacità produttiva e delle interrelazioni e cooperazioni strette fra canali.

 

Il vantaggio competitivo, sia di costo sia di differenziazione, deriva oltre che dalle singole attività, anche dai suoi collegamenti. Quest’ultimi possono portare ad un vantaggio competitivo grazie all’ottimizzazione, attraverso una progettazione più costosa del prodotto ed una maggior controllo della qualità durante la lavorazione, riducendo così i costi di assistenza, oppure grazie al coordinamento, individuando l’obiettivo della consegna puntuale del prodotto attraverso il coordinamento delle varie attività, aumentando così la differenziazione. Per sfruttare i collegamenti sono imprescindibili le informazioni che permettano di realizzare l’ottimizzazione o il coordinamento. E’ necessario riordinare le linee organizzative tradizionali in modo trasversale. Per esempio costi più alti nell’organizzazione produttiva possono portare come risultato costi più bassi nell’organizzazione delle vendite e dell’assistenza. Quando i collegamenti non esistono soltanto all’interno della catena del valore di un’azienda ma sono presenti anche tra le catene di un’azienda e le catene del valore dei fornitori e dei canali, vengono definiti collegamenti verticali e sono molto simili a quelli all’interno della catena del valore. Naturalmente le attività del fornitore, o del canale, influiscono sul costo e sulle prestazioni dell’attività di una azienda e viceversa. Per esempio spedizioni frequenti da parte del fornitore possono ridurre il fabbisogno di scorte. I collegamenti tra le catene del valore dei fornitori e la catena del valore di un’impresa forniscono a questa delle opportunità per migliorare il suo vantaggio competitivo. Si può generare un vantaggio sia per l’impresa, sia per i suoi fornitori, ottimizzando contemporaneamente le attività di entrambi. La relazione tra impresa e fornitori non deve essere necessariamente un “gioco a somma zero”, ma può anche essere una strategia “win win” per entrambi in ottica di supply – chain management.

I collegamenti con i canali sono simili ai collegamenti con i fornitori. I canali hanno della catene di valore grazie ai quali transitano i prodotti di un’azienda. Il ricarico di canale rappresenta spesso una quota importante del prezzo di vendita finale per l’utente finale. Il coordinare e l’ottimizzare congiuntamente l’attività con i canali, come già succede per i fornitori, può diminuire i costi o incrementare la differenziazione.

Risulta più facile realizzare collegamenti verticali con partner di una coalizione piuttosto che con società indipendenti.

 

E’ altresì importante comprendere la catena del valore degli acquirenti. Non potendo costruire per tutte le famiglie di clienti può risultare più agevole focalizzarsi su famiglie – tipo che possono rappresentare un importante strumento da utilizzare nell’analisi della differenziazione. Il valore viene creato quando un’azienda crea un vantaggio competitivo per il suo acquirente riducendo i costi del suo cliente o  incrementando le prestazioni. Tale valore viene percepito come premium price.

 

Anche l’ambito competitivo può avere un effetto sul vantaggio competitivo dando forma alla catena del valore. Vi sono quattro dimensioni:

  • ambito del segmento: le differenze nelle catene del valore, derivanti da differenti segmenti di prodotto o di acquisto, possono portare al vantaggio competitivo della focalizzazione;
  • grado di integrazione: l’integrazione verticale chiarisce la suddivisione delle attività tra un’azienda e i suoi fornitori, canali e compratori. L’azienda può differenziarsi assumendo in proprio una quantità maggiore di attività specifiche del compratore;
  • ambito geografico: può consentire a un’impresa di condividere o coordinare attività generatrici di valore per servire aree geografiche diverse;
  • ambito di settore: le interrelazioni fra le unità di business sono concettualmente simili a quelle geografiche tra catene del valore. Non tutte le interrelazioni portano al vantaggio competitivo. Ci sono sempre anche dei costi di condivisione delle attività, che debbono essere messi a confronto con i corrispondenti benefici, perché le esigenze delle diverse unità di business possono non essere le stesse rispetto ad un’attività generatrice di valore.

Il rapporto fra l’ambito competitivo e la catena del valore definisce la base per chiarire i confini significativi delle unità di business. Le unità di business strategicamente distinte vengono estromesse determinando i vantaggi dell’integrazione.  Se le differenze nelle aree geografiche o nei segmenti di prodotto e di acquisto comportano catene del valore distinte, allora saranno i segmenti a specificare il business. Forti vantaggi in termine di integrazione verticale potrebbero avere le attività che si trovano a monte o a valle, mentre vantaggi modesti potrebbero avere in termine di integrazione quelle attività che comportano che ciascuno stadio costituisce di per sé un’unità di business distinta.

La struttura organizzativa definisce il rapporto contrattuale con i fornitori e gli acquirenti, che viene rispecchiato sia nella catena del valore di un’azienda, sia nelle modalità in cui i margini vengono ripartiti  fra compratori, fornitori e partner di coalizione.

Quindi la catena del valore è anche uno strumento per diagnosticare il vantaggio competitivo e per trovare il modo di crearlo e di mantenerlo, oltre a rappresentare un valido ruolo nella progettazione della struttura organizzativa.

Una struttura organizzativa che coincide con la catena del valore potenzia le capacità di un’azienda di creare e mantenere il vantaggio competitivo.

 

1.3 – La visione strutturalista e ricostruzionista

La visione strutturalista, che sembra essere più coerente con la strategia oceano rosso, è basata sulla teoria economica detta IO, da industrial organization. Il modello IO è fondato sul paradigma “struttura-condotta-performance” che propone un circuito che va dalla struttura del mercato alla condotta aziendale e infine alla performance. La struttura del mercato, condizionato dalla domanda e dall’offerta, influenza la condotta dei venditori e degli acquirenti determinando la performance finale. A livello di sistema i cambiamenti sono provocati da fattori esterni e dalla struttura del mercato.

 

La visione ricostruzionista, che invece sembra essere più coerente con la strategia oceano blu, è basata sulla teoria della crescita endogena in quanto il cambiamento può nascere all’interno del sistema stesso.  Tale visione può avvenire in qualsiasi organizzazione e in qualsiasi momento, ricostruendo i dati esistenti e gli elementi del mercato in modo assolutamente nuovo.

Entrambe le visioni comportano una serie di implicazioni per l’approccio aziendale alla strategia. La visione strutturalista porta ad un pensiero strategico competition-based, ovvero basato sulla concorrenza. Considerando come data la struttura del mercato,  l’azienda si deve difendere dalla concorrenza nello spazio del mercato esistente. Per mantenere una sostenibilità aziendale, i manager pongono il focus sull’obiettivo di procurarsi un vantaggio sulla concorrenza, generalmente analizzando i competitor, per far meglio di loro. In quest’ottica, la conquista di una quota del mercato maggiore è vista come un gioco a somma zero, in cui il guadagno di un’azienda viene ottenuto tramite la perdita di un’altra. Questa visione conduce l’azienda a suddividere i settori tra attraenti e non attraenti, per poi scegliere di conseguenza se sia il caso di entrarvi o meno. L’azienda, dopo esser entrata nel settore, sceglie il posizionamento  distintivo a livello di costo o di differenziazione, quello che si adatta meglio ai suoi sistemi o capacità. L’azienda cerca principalmente di conquistare e ridistribuire la ricchezza invece che di crearla. Quindi essa colloca il focus sulla suddivisione dell’oceano rosso.

 

La visione ricostruzionista appare molto diversa. La struttura del mercato esistente non può essere limitata. Si richiede uno spostamento dall’offerta alla domanda, da un focus sulla concorrenza a un focus sull’innovazione di valore con l’obiettivo di sbloccare nuova domanda. E’ difficile che un settore sia attraente o non attraente di per sé. Viene cambiata la struttura del mercato, vengono cambiate anche le regole del gioco precedentemente considerate come best practice. Stimolando il lato dell’economia legato alla domanda, la strategia dell’innovazione di valore espande i mercati esistenti e ne crea di nuovi. Chi introduce un’innovazione di valore crea nuova ricchezza invece di sottrarne ai concorrenti. Questo tipo di strategia consente quindi all’azienda di avviare un processo ben diverso dal gioco a somma zero.

Pertanto ciò che distingue da un oceano blu ad uno rosso è l’approccio strategico. Infatti le aziende che sono intrappolate nell’oceano rosso, hanno un approccio tradizionale focalizzato sul benchmarking e sull’obiettivo di battere la concorrenza. Questo approccio è imitativo e non innovativo al mercato e ha come conseguenze l’aumento della pressione sui prezzi e la trasformazione dei beni e servizi in commodity.

Al contrario con la strategia oceano blu, le aziende si sforzano nel neutralizzare o nell’evitare la concorrenza, offrendo  agli acquirenti un aumento significativo del valore,  reinventando  il modello attualmente in uso nel settore ed aprendo uno spazio di mercato nuovo ed incontestato.

 

1.4 – L’innovazione di valore

  1. Chan Kim e Renèe Mauborgne (2005) hanno seguito una logica strategica chiamata value innovation, “innovazione di valore”. L’innovazione di valore è la colonna portante della strategia oceano blu e pone enfasi sul valore e sull’innovazione.

La ricerca del valore, in mancanza di innovazione, tende ad accentrarsi sulla creazione di valore su scala incrementale, ma è insufficiente per distinguere un’azienda dai concorrenti e per aprire un nuovo spazio di mercato. Se si può creare valore semplicemente facendo le cose meglio rispetto al passato, non si può avere un’innovazione del valore.  La creazione di valore su scala incrementale crea valore, ma non basta per far distinguere l’azienda rispetto ai concorrenti.

In mancanza di valore, la ricerca dell’innovazione si risolve in uno sforzo puramente tecnologico. Spesso i clienti  non si sentono pronti ad accettare la proposta o non sono disposti ad effettuare una spesa. Ciò che distingue i vincitori dai perdenti nella creazione di un nuovo oceano blu non è  né la scelta della tempistica perfetta di ingresso nel mercato, nè la tecnologia all’ultimo grido. Questi due fattori possono essere in gioco ma spesso non lo sono. L’innovazione di valore si constata soltanto quando l’azienda unisce l’innovazione all’utilità, al prezzo e alle voci di costo.

L’innovazione di valore è un nuovo modo di pensare alla strategia dell’azienda e di metterla in pratica, dando vita a un oceano blu staccato dalla concorrenza. E’ importante notare che l’innovazione di valore obietta uno dei dogmi più comunemente ammessa della strategia basata sulla concorrenza: il trade off tra costo e valore. Tradizionalmente si considera che le aziende abbiano a disposizione solo due strade: accrescere il valore creato per i clienti sostenendo un costo elevato, oppure creare un livello ragionevole di valore contenendo il costo. In questo caso, la strategia è vista come una scelta tra differenziazione e il contenimento dei costi. Al contrario chi cerca di dar vita a un oceano blu persegue contemporaneamente l’obiettivo della differenziazione e quello del contenimento dei costi.

 

 

Come mostra questo schema, una strategia oceano blu comporta la riduzione dei costi e contemporaneamente l’aumento del valore offerto agli acquirenti. E’ in questo modo che il valore fa un vero e proprio salto, sia per l’azienda sia per gli acquirenti. Il potere d’acquisto deriva sia dall’utilità sia dal prezzo che l’azienda propone, e il valore creato dipende dal prezzo e dalla struttura dei costi. Pertanto l’innovazione di valore si acquisisce soltanto quando l’intero sistema ne comprende l’utilità, il prezzo e le voci di costo.  Per questo la creazione di un oceano blu diventa una strategia sostenibile, integrando l’intera gamma di attività funzionali e operative dell’azienda. Per contrasto, le innovazioni sui prodotti si possono ottenere a livello del sottosistema senza che abbiano un effetto sulla strategia complessiva dell’azienda. Per esempio, un’innovazione nel processo produttivo potrebbe diminuire la struttura dei costi dell’azienda per rinforzare la sua strategia di prezzo, senza cambiare l’utilità legata all’offerta. Questo tipo di innovazioni possono salvaguardare o qualche volta migliorare il posizionamento dell’azienda nel mercato esistente, ma questo approccio sottosistemico porta raramente ad un oceano blu e quindi ad un nuovo spazio di mercato.

L’innovazione di valore porta a riorientare le aziende all’interno del sistema per raggiungere un aumento del valore creato sia per gli acquirenti sia per sé stessa. In mancanza di un approccio integrato di questo tipo, l’innovazione resta svincolata dalla strategia.

Con l’innovazione di valore, l’azienda deve effettuare una scelta strategica tra due obiettivi: quello della differenziazione e quello del contenimento dei costi. Nella visione ricostruzionista, l’obiettivo strategico è quello di realizzare nuove regole a livello di best practice spezzando il trade-off tra costo e valore e quindi dando vita ad un oceano blu.

 

Le dinamiche di mercato dell’innovazione di valore sono in netto contrasto con le pratiche tradizionali dell’innovazione tecnologica. Quest’ultima all’inizio prevede l’imposizione di un prezzo più alto per accaparrarsi un premium legato alla sua novità, arrivando solo in seguito a concentrarsi su prezzi e costi inferiori per mantenere la quota di mercato e scoraggiare le imitazioni.

Come mostra la figura, l’innovazione di valore aumenta radicalmente l’appeal di un bene, spostando la curva del valore da D1 a D2. Il prezzo viene definito tramite un approccio strategico e viene spostato da P1 a P2, per conquistare la massa degli acquirenti in questo mercato espanso. Ciò fa aumentare la quantità del venduto da Q1 a Q2, e sviluppa una forte brand recognition, grazie all’offerta di un valore senza precedenti.

L’azienda, tuttavia, adotta il target costing per ridurre la curva del costo medio a lungo termine da CCMLT1 a CCMLT2 e ampliare la sua capacità di profitto e, allo stesso tempo, per scoraggiare approfittatori e imitatori. Gli acquirenti pertanto godono di un aumento significativo del valore, il che sposta il surplus dal punto di vista del consumatore da axb a eyf. L’azienda inoltre gode di un aumento significativo del profitto e della crescita, il che sposta la zona di profitto da abcd a efgh.

La brand recognition sviluppata in tempi rapidi dall’azienda, grazie all’offerta di un valore senza precedenti sul mercato, unita alla spinta simultanea verso un abbassamento dei costi, arriva a neutralizzare la concorrenza, grazie all’avvio delle economie di scala, all’apprendimento e alla crescita dei profitti. A questo punto emerge una dinamica di mercato in cui tutte le parti in causa risultano vincenti; l’azienda raggiunge una posizione di dominio, ma anche i clienti hanno molto da guadagnare.

Tradizionalmente, le aziende che si trovano in una posizione di monopolio sono state associate a due attività che minano il bene sociale. Primo, per massimizzare i profitti impongono un prezzo alto. Ciò scoraggia quei clienti che, pur desiderando il prodotto, non hanno i mezzi per comprarlo. Secondo, in mancanza di una concorrenza efficace, spesso non pongono il focus sull’efficienza e sulla riduzione dei costi e così si trovano a consumare risorse sempre più scarse.

Come da schema soprastante, nella pratica monopolistica, il prezzo viene aumentato da P1(concorrenza perfetta) a P2(monopolio). Di conseguenza, la domanda cala da Q1 a Q2.

A questo livello di domanda, l’azienda monopolista fa aumentare i suoi profitti di un’area pari a R, rispetto ad una situazione di perfetta concorrenza. A causa del prezzo alto imposto artificialmente ai consumatori, il surplus dal loro punto di vista diminuisce dall’area C+R+D all’area C. Allo stesso tempo la pratica monopolistica, consumando maggiormente le risorse della società, in genere arreca anche alla società una perdita complessiva pari all’area D. I profitti del monopolio vengono generati a spese dei consumatori e della società in genere.

La strategia oceano blu rema contro questa gestione dei prezzi (alti all’inizio, poi in calo) comune alle tradizionali aziende monopoliste. Il focus della strategia oceano blu non è sull’offerta di un output limitato a un prezzo alto, ma piuttosto sulla creazione di nuova domanda aggregata tramite un aumento significativo di valore, offerto agli acquirenti a un prezzo accessibile. Ciò crea un forte incentivo non solo a ridurre i costi al livello più basso possibile fin dall’inizio, ma anche mantenerli altrettanto bassi nel tempo per scoraggiare gli imitatori. In questo modo, tutte le parti in causa risultano vincenti; si raggiunge un aumento significativo di valore di cui godono i clienti, l’azienda e la società in generale.

 

1.5 – Il quadro strategico

Per la formulazione e la messa in pratica della strategia oceano blu, devono essere definiti gli strumenti analitici, i framework di base e il quadro strategico. Quest’ultimo ha diversi scopi: innanzitutto fotografa lo stato attuale dello spazio di mercato conosciuto e successivamente consente di individuare le aree di investimento, il livello di produzione di prodotti/servizi con la loro consegna/erogazione e l’offerta dei clienti della concorrenza. Qui sotto si può trovare un esempio di quadro strategico.

L’asse orizzontale descrive l’insieme di fattori su cui si concentrano la concorrenza e gli investimenti del settore.  Invece l’asse verticale del quadro strategico rappresenta il livello di offerta percepito dagli acquirenti inerente a tutti i fattori competitivi. Un punteggio alto indica che l’azienda offre di più agli acquirenti, e quindi investe di più, relativamente a quel fattore.

La curva del valore, che è la componente fondamentale del quadro strategico, è una rappresentazione grafica della performance dell’azienda relativamente ai fattori competitivi del suo settore.

Ci può essere il quadro strategico del “brand premium” dove i prodotti vengono venduti ad alto prezzo e presentano un alto livello di offerta relativo per tutti i fattori competitivi fondamentali. Dall’altro lato, il prezzo è basso e basso è anche il livello di offerta relativo a tutti i fattori competitivi fondamentali. Queste due strategie relative ai due gruppi strategici viaggiano in parallelo ma ad altezze diverse rispetto al livello d’offerta.

Per poter modificare il quadro strategico di un settore, bisogna togliere il focus dai concorrenti ed orientandolo sulle alternative e dai clienti del settore ai non-clienti.

Nel caso in cui si volesse seguire il doppio obiettivo relativo alla creazione di valore e del contenimento dei costi, bisogna discordare dalla vecchia logica che prevede come punto di riferimento il benchmarking dei concorrenti attuali e la scelta fra leadership a livello di costo e quella a livello di differenziazione.

 

1.6 – Le quattro domande per creare una nuova curva di valore

Per spezzare il trade-off tra differenziazione e contenimento dei costi e per realizzare una nuova curva del valore, bisogna rispondere a quattro domande fondamentali che sfidano la logica strategica e il modello di business del settore come da figura sottostante.

 

 

La prima domanda prende in considerazione l’opportunità di eliminare fattori che sono oggetto di concorrenza nel settore da molto tempo. Essi vengono spesso dati per scontati, in quanto le aziende sono concentrate sul benchmarking reciproco non prendendo in considerazione alcun provvedimento al riguardo.

La seconda domanda determina se la progettazione dei prodotti/servizi sia stata superiore per  raggiungere e battere la concorrenza. In tal caso, le aziende erogano un servizio superiore alle aspettative e a quanto richiesto, aumentando così i costi senza ottenere nulla in cambio.

La terza domanda obbliga a individuare ed eliminare i compromessi imposti ai clienti dall’intero settore.

La quarta domanda scopre fonti totalmente nuove per la creazione di valore per gli acquirenti, individuando una nuova domanda e spostando così il pricing strategico del settore.

Nell’affrontare le prime due domande si arriva a capire come ridurre i costi rispetto ai concorrenti.

Le altre due domande aiutano a capire come aumentare il valore e creare una nuova domanda,  definendo così settori alternativi per offrire agli acquirenti un’esperienza totalmente nuova, riuscendo allo stesso tempo a contenere la struttura dei costi.

C’è un elemento analitico che si aggiunge al framework delle quattro azioni il quale che viene chiamato schema per eliminare-ridurre-aumentare-creare.

Questo schema stimola  l’azienda non soltanto ad interrogarsi su tutte le domande del framework delle quattro azioni, ma spinge anche ad agire con delle azioni concrete per creare una nuova curva del valore. Lo schema dà alle aziende quattro vantaggi immediati:

  • rompe il trade-off tra costo e valore agendo sul doppio obiettivo della differenziazione e del contenimento dei costi;
  • mette in luce le aziende che pongono il focus unicamente sull’aumento di valore, aumentando la struttura dei costi ed eccedendo nell’ingegnerizzazione di prodotti e servizi;
  • è di facile comprensione ed applicazione;
  • stimola le aziende ad esaminare molto attentamente tutti i fattori competitivi del settore.

 

1.7 – Le tre caratteristiche che occorrono per avere una buona strategia

Una buona strategia blu ocean deve possedere queste tre caratteristiche:

  • focus: se l’azienda ha delineato una strategia, il suo profilo strategico o curva del valore deve riflettere il suo focus;
  • divergenza: quando un’impresa definisce la propria strategia per reazione ad altre perde la propria unicità. Tramite le quattro azioni della strategia oceano blu, si riesce a differenziare il proprio profilo rispetto a quello medio di settore;
  • Tagline avvincente: ogni buona strategia deve essere dotata di una tagline avvincente e netta. Deve esprimere un messaggio chiaro e promuovere un’offerta veritiera, altrimenti i clienti perderanno la fiducia e l’interesse.

 

Si definisce una buona strategia oceano blu quando la curva del valore dell’azienda o quella dei concorrenti soddisfa i tre criteri di focus, di divergenza e della tagline avvincente. Quando è carente di focus, l’impresa solitamente possiede una struttura dei costi elevata e un modello complicato da mettere in pratica. Se le mancanze sono invece relative alla divergenza, la strategia è quella caratteristica del follower e pertanto non ha motivo per distinguersi sul mercato.

Quando a mancare è una tagline affascinante capace di conquistare gli acquirenti, è probabile che essa sia solamente autoreferenziale.

Quando la curva del valore dell’azienda coincide con quella dei concorrenti significa che l’azienda probabilmente è intrappolata nell’oceano rosso della concorrenza. Questo deriva quando si ha un’offerta eccessiva che non  porta a dei ricavi, oppure quando è presente una strategia incoerente o con delle contraddizioni strategiche, oppure quando le aziende sono autoreferenziali.

 

1.8 – Formulazione di una buona strategia oceano blu

Per formulare una strategia oceano blu occorre:

  • ridefinire i confini del mercato;
  • porre il focus sul quadro complessivo, non sui numeri;
  • estendere la dimensione oltre la domanda esistente;
  • seguire la giusta sequenza strategica.

 

1.8.1 – Primo principio: ridefinire i confini del mercato

Il primo principio della strategia oceano blu riguarda la ridefinizione dei confini del mercato, per staccarsi dalla concorrenza e creare un oceano blu. Per la ridefinizione dei confini occorrono sei diversi approcci di base definiti  “framework dei sei percorsi”.

Il primo percorso è quello di analizzare i settori alternativi in quanto un’azienda non è in concorrenza solo con le imprese del suo settore, ma anche con quelle di altri settori che offrono prodotti o servizi alternativi.

Il secondo percorso esamina i gruppi strategici in cui è diviso il settore. Generalmente i gruppi strategici possono essere classificati tramite una suddivisione di massima basata sul prezzo e sulla performance. Ad un aumento di prezzo, tendenzialmente corrisponde un aumento relativo di performance. I due gruppi strategici non pongono attenzione al comportamento dell’altro, perché sul piano dell’offerta essi apparentemente non sono in concorrenza. Per creare un oceano blu, superando i confini dei gruppi strategici, bisogna capire quali fattori determinano le decisioni dei clienti che praticano il trading up o il trading down passando da un gruppo all’altro.

Il terzo percorso prende in considerazione la catena degli acquirenti. Nella maggior parte dei settori, i vari concorrenti convengono su una definizione del target. In realtà però esiste una catena degli acquirenti diversa, in quanto i compratori che pagano per il prodotto o il servizio possono essere diversi dagli effettivi utilizzatori o possono anche essere degli influenzatori.

Chi sfida la visione tradizionale del target condivisa da un determinato settore può scoprire un nuovo oceano blu. Analizzando i gruppi di acquirenti, si identifica una curva del valore per focalizzare su un gruppo che prima trascurava.

Il quarto percorso approfondisce l’offerta di prodotti e servizi complementari. Nella maggior parte dei casi i concorrenti convergono, muovendosi entro i confini dell’offerta di prodotti e servizi del settore. Il valore da creare si nasconde spesso nei prodotti e servizi complementari. La chiave è definire cosa gli  acquirenti cercano quando scelgono un prodotto o un servizio.

Il quinto percorso considera l’appeal funzionale o emotivo esercitato sugli acquirenti. In ogni settore, la concorrenza tende a convergere non solo sul prodotto e servizio, ma anche sul fondamento dell’appeal. In questo caso, le visioni sono di due tipi. Quando la concorrenza è basata principalmente sul prezzo, l’appeal è di tipo razionale. Quando la concorrenza è soprattutto sui sentimenti, l’appeal è di tipo emotivo. E’ però vero che l’appeal dei prodotti e servizi, di fatto, non appartiene quasi mai a una sola di queste due tipologie. I settori orientati verso la funzionalità, vanno sempre di più verso la funzionalità mentre quelli orientati verso l’emotività si muovono sempre più verso l’emotività.

L’ultimo percorso valuta i cambiamenti nel tempo. Tutti i settori sono soggetti a una serie di trend esterni che influenzano il business. Prendere in considerazione questi trend può essere una opportunità per un oceano blu. La maggior parte delle aziende si adattano un po’ alla volta e passivamente al corso degli eventi. Il trend può derivare da nuove tecnologie o da grandi cambiamenti legislativi. La comprensione del trend cambierà la percezione del valore da parte dei clienti e influenzerà il modello di business dell’azienda. Per costituire la base di una strategia oceano blu, questi trend devono essere irreversibili e devono avere una traiettoria chiara. In ogni momento si possono incontrare diversi trend, come per esempio una discontinuità a livello tecnologico, l’ascesa di un nuovo stile di vita o un cambiamento nello scenario sociale o in quello legislativo.

Quindi il processo di creazione di un oceano blu non implica la necessità di prevedere i trend di settore. Piuttosto, i manager devono utilizzare un processo strutturato tramite cui riordinare la realtà del mercato in modi totalmente nuovi.

In questa sottostante tabella si possono osservare le differenze di strategia tra una concorrenza testa a testa e la creazione di un oceano blu.

1.8.2 – Secondo principio: porre il focus sul quadro complessivo, non sui numeri

Il secondo principio della strategia oceano blu pone il focus sul quadro complessivo e non sui numeri. Il classico piano strategico parte da una descrizione dello stato di fatto del settore e dello scenario competitivo, continua con un’osservazione per aumentare la quota di mercato o tagliare i costi, e si conclude con la creazione di obiettivi allegando un budget arricchito da grafici e da tabulati.

Ponendo il focus sul quadro complessivo e non sui numeri si riduce il rischio di investire nella pianificazione, diminuendo cosi  la produzione di mosse tattiche tipiche dell’oceano rosso.

Di norma questo approccio crea strategie capaci di sbloccare la creatività di una molteplicità di persone nell’ambito dell’organizzazione, aprendo così gli occhi dell’azienda all’esistenza di un oceano blu.

Il disegno di un quadro strategico ha tre effetti sul profilo strategico. Il primo sul settore, delineando i fattori che influenzano la concorrenza tra i player, il secondo sui concorrenti attuali e potenziali, identificando i fattori in cui investono. Infine, sull’azienda, osservando come la sua curva del valore analizzi gli investimenti nei fattori competitivi e come essi  potrebbero essere investiti in futuro.

Il quadro strategico rappresenta un processo che si basa sui sei percorsi per la creazione di un oceano blu che prevede quattro fasi principali evidenziate nella tabella sottostante.

 

 

La prima fase corrisponde al risveglio visivo. I dirigenti solitamente solo riluttanti al cambiamento. Quindi per evidenziare la necessità di un cambiamento, basta chiedere ai dirigenti di tracciare la curva del valore corrispondente alla strategia attuata della loro azienda.

La seconda fase, è invece caratterizzata da una esplorazione visiva, dove ogni azienda dovrebbe mandare un proprio team sul campo per osservare l’uso dei propri prodotti/servizi da parte della gente. Solitamente il management affida in outsourcing questa parte del processo di elaborazione della strategia, finendo così per basarsi su documenti realizzati da altre persone.

Ovviamente ci si dovrebbe concentrare in primo luogo sui clienti, poi successivamente anche sui non-clienti e, quando i clienti sono diversi dagli utilizzatori, si dovrebbero osservare anche questi ultimi. Bisognerebbe parlare non solo con queste persone, ma anche osservarle in azione.

La terza fase invece consiste nella rassegna delle strategie visive. Si usano i feedback derivanti da diversi team di lavoro per la realizzazione di un quadro strategico.

Infine, l’ultima fase è contrassegnata dalla comunicazione visiva. Dopo aver definito la strategia futura, si richiede di comunicarla in modo comprensibile a qualunque dipendente.

 

 

 

1.8.3 – Terzo principio: estendere la dimensione oltre la domanda esistente

Il terzo principio della strategia oceano blu ci porta ad estendere la dimensione oltre la domanda esistente. Questa è una componente necessaria per realizzare l’innovazione di valore, aggregando tutta la domanda possibile relativa a una nuova offerta.

Per raggiungere l’obiettivo bisognerebbe mettere in discussione due dogmi tradizionali nel campo della strategia. Uno è il focus sui clienti attuali, l’altro è la segmentazione sempre più fitta. Per massimizzare la dimensione del suo oceano blu, l’azienda non deve focalizzarsi sui clienti, ma deve considerare anche i non-clienti. Invece di mettere il focus sulle differenze tra i clienti, deve basarsi sulla domanda esistente, per sbloccare una nuova massa di clienti che prima non esisteva.

Per estendere la dimensione oltre la domanda esistente, bisogna prima considerare i non-clienti rispetto ai clienti, ai punti in comune prima che alle differenze, alla desegmentazione prima che a una segmentazione più sofisticata.

Benché vi siano diverse tipologie di non-clienti, poche aziende sanno chi sono queste persone e come trasformarle in clienti. Per convertire questa enorme domanda latente in domanda effettiva, l’azienda deve approfondire la comprensione delle tipologie di non clienti.

 

 

Il primo livello è rappresentato dai “futuri non-clienti”, i quali utilizzano solo in minima parte l’attuale offerta del mercato per far fronte alle loro necessità, mentre cercano qualcosa di meglio. Se si offrisse loro un aumento improvviso di valore, tuttavia, non solo rimarrebbe dove si trovano, ma farebbero acquisti molto più frequenti sbloccando un’enorme domanda latente.

Il secondo livello invece è caratterizzato dai “non-clienti che rifiutano”, cioè quelli che rifiutano di usare ciò che il vostro settore offre loro perché  trovano l’offerta inaccettabile oppure al di sopra delle proprie possibilità. Sono acquirenti che hanno visto la possibilità di soddisfare le proprie necessità tramite l’offerta del settore, ma hanno preferito rifiutarla.

Il terzo livello dei non-clienti è quello più lontano dai clienti attuali di un dato settore. Sono quelli che non hanno mai considerato la vostra offerta come un’opportunità. Pertanto non vi è una regola unica per individuare su quale livello di non-clienti porre il focus. Bisogna osservare se vi siano dei punti comuni a tutti e tre i livelli di non-clienti. In questo modo si può ampliare la dimensione della domanda latente da sbloccare. Di norma la strategia prevede il mantenimento dei clienti attuali e la ricerca di ulteriori opportunità di segmentazione. Questo può essere un buon modo per ottenere un chiaro vantaggio competitivo, ma è improbabile che esso produca un oceano blu capace di creare nuova domanda.

 

1.8.4 – Quarto principio: seguire la giusta sequenza strategica

Infine, il quarto principio della Strategia Oceano Blu evidenza  la giusta sequenza strategica come da figura sottostante.

L’azienda deve sviluppare la sua strategia oceano blu seguendo questa sequenza: utilità per il cliente, prezzo, costo e adozione. Il punto di partenza è l’utilità per il cliente. Una volta chiarito il punto dell’utilità eccezionale, si passa alla seconda fase, che è quella di definizione del giusto pricing strategico. Queste prime due fasi toccano il modello di business legato al fatturato e al profitto. Il terzo elemento è costituito dal costo. Qualora non si possano rispettare il target di costo, esistono due strade: abbandonare l’idea, dato che l’oceano blu non si preannuncia redditizio, oppure ridisegnare il modello di business per rispettare il target di costo. E’ proprio la combinazione di un’utilità eccezionale, un pricing strategico e il rispetto del target di costo, che si consente all’azienda di raggiungere l’innovazione di valore, cioè un aumento significativo di valore creato sia per gli acquirenti sia per sé stessa.

La formulazione della strategia oceano blu è completa solo quando si è in grado di affrontare gli ostacoli legati all’adozione, per garantire un’attuazione efficace della vostra idea.

 

Continua a seguirci per continuare a leggere la seconda parte di.

PUNTO CALDO

INNOVAVIONE DI VALORE NEL MODELLO DI BUSINESS DEI PRODOTTI DA FORNO

 

Punto Caldo: Innovazione di Valore nel Modello di Business dei Prodotti da Forno

CAPITOLO 2: PRODOTTI DA FORNO TRA TRADIZIONE E NUOVI ORIZZONTI

 

2.1 – Il pane

Dal latino panis, il pane è un prodotto alimentare che viene realizzato con un impasto a base di cereali ed acqua, il quale viene fatto lievitare e cotto in forno. Può avere forme diverse e può essere caratterizzato da ingredienti prettamente regionali. Nella tradizione mediterranea il pane di frumento rappresenta una componente primaria nell’alimentazione ed è fonte importante di carboidrati nella dieta degli occidentali.

In molteplici occasioni e in differenti epoche, la storia del pane è sempre stata legata a movimenti sia politici sia economici. Il prezzo del pane ebbe un ruolo rilevante al tempo della Rivoluzione Francese e durante la politica d’espansione romana. Vespasiano era consapevole che chi distribuiva pane aveva il controllo di una città, tanto che preparò la sua scalata al potere, appropriandosi prima dei magazzini e dei silos di grano, poi controllando la distribuzione dei cereali. I fornai hanno sempre avuto fama d’essere rivoluzionari, poiché i forni, dato il loro insolito orario di lavoro, erano luoghi ideali per le riunioni clandestine.

Le origini del pane risalgono al periodo neolitico, quando l’uomo cominciò a coltivare i primi cereali. Il prodotto finito, però, più che pane sembrava una poltiglia senza forma. Nel momento in cui gli uomini impararono a macinare il grano con il mortaio, qualcuno osservò che lasciando la miscela vicino al fuoco, questa s’induriva. Si arrivò in tal modo ai primi pani senza lievito. La scoperta del lievito la si deve agli Egiziani i quali notarono che, lasciando riposare la pasta per un po’ di tempo, il pane diventava più leggero e voluminoso. Quando la farina è impastata con acqua, la proteina che si forma contiene il “glutine”, una specie di maglia elastica in grado di trattenere le bolle d’ossido di carbonio che si formano e si sviluppano una struttura fissa e spugnosa durante la cottura.

I Greci aggiunsero nuovi aromi e sapori nella lavorazione, riuscendo a produrre oltre 72 tipi di pane e pasta. Sono stati però i romani a dare alla lavorazione del pane un valore artigianale con l’uso di farine bianche e più dolci. A Roma i forni pubblici nacquero nel 168 A.C. e ai tempi di Augusto se ne contavano circa 400. Nei pressi della Porta Maggiore della “città eterna”, è possibile vedere ancora oggi un curioso monumento che venne eretto alla gloria dei fornai. Si tratta di una specie di torre formata da tre grandi vasi in cui si lasciava il pane a lievitare. I vasi sono disposti impilati verticalmente e orizzontalmente, gli uni sugli altri, il tutto è sormontato da un affresco che rappresenta le varie operazioni che subisce il chicco di grano fino a che diventa pane. La macinatura del grano era assicurata dal lavoro di un asino, che girando faceva muovere delle pesanti lastre di pietra di forma conica.

Nell’alto Medioevo prevalse invece la panificazione privata, poiché ogni signore possedeva il proprio forno e anche il proprio mulino per macinare il grano e produrre così la farina. Fu proprio nel periodo del Medioevo che il pane vide crescere il proprio prestigio per la sua funzione nella sacralità della religione cristiana. Le corporazioni dei fornai, come artigiani indipendenti, risorsero con l’affermarsi del libero Comune.

Si fecero limitati progressi nella lavorazione del pane fino a circa il 1630, quando fu introdotto l’uso del lievito per accelerare la fermentazione dell’impasto (in precedenza si era soliti aggiungere, al posto del lievito, un impasto fermentato tutta la notte allungando considerevolmente il processo di lavorazione). Tra XI e XII secolo il mulino si affermò nell’economia rurale. Furono i ricchi e le classi agiate, le cui preferenze andavano a favore del pane bianco, a consentirne la sua espansione. La qualità del pane consumato dai ricchi era differente da quella consumata dai contadini: questi dovevano mescolare il frumento con l’orzo, la segale e perfino l’avena e il pane così prodotto era di misera qualità. Durante tutti questi secoli, fino alla rivoluzione industriale, l’evoluzione della panificazione fu assai lenta. I cambiamenti più importanti furono possibili grazie ai nuovi sistemi di macinazione, all’impegno di macchine per impastare e raffinare, ai forni a gas ed elettrici a cottura continua, a nuovi ingredienti capaci di conferire maggiore forza alle farine consentendo un maggior assorbimento d’acqua dell’impasto. Durante l’ottocento e il primo Novecento non si ebbero nuovi cambiamenti. La guerra del 1915-1918 fece da sfondo agli anni della pasta grigia, del pane integrale e dei surrogati. L’esercito consumava grandi quantità di pane che arrivava nelle trincee sporco ed ammuffito. Situazione simile fu quella che si ebbe durante la seconda guerra mondiale e fu solo al termine, nel periodo della ricostruzione post-bellica, che la situazione tornò alla normalità.

Il pane è anche un simbolo religioso. In ricordo dell’ultima cena di Gesù Cristo, il pane azzimo viene utilizzato nell’eucarestia da diverse religioni cristiane.

2.2 – La pizza

La pizza, invece, ha una storia lunga, complessa ed incerta. Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e di Penne nel 1200 nelle città di Roma, l’Aquila e Pesaro. In seguito, nel XVI secolo, a Napoli ad un pane schiacciato venne dato il nome di pizza che deriva dalla storpiatura della parola Pitta. All’epoca la pizza era un utensile da fornaio, una pasta usata per verificare la temperatura del forno. Piatto dei poveri, era venduta in strada e non fu considerata una ricetta di cucina per lungo tempo. Prima del XVII secolo la pizza era coperta con salsa bianca. Fu più tardi sostituita con l’olio d’oliva, formaggio, pomodori. Nel XVIII secolo tuttavia era comune per i poveri della zona intorno a Napoli aggiungere il pomodoro alle loro focacce, e così nacque la pizza. Il piatto guadagnò in popolarità e presto la pizza divenne un’attrazione turistica quando i visitatori a Napoli si avventurarono nelle zone più povere della città per provare la specialità locale. Nel giugno del 1889 per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia, il cuoco Raffaele Esposito creò la “Pizza Margherita”, una pizza condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana. L’uso del pomodori cominciò a diffondersi in Europa ed in Italia dopo la scoperta dell’America.

Sino al principio del Novecento la pizza e le pizzerie rimangono un fenomeno prettamente napoletano e gradualmente italiano poi, sull’onda dell’emigrazione, iniziano a diffondersi all’estero, ma soltanto dopo la seconda guerra mondiale, adeguandosi ai gusti dei vari paesi, diventando così un fenomeno mondiale.

2.3 – Il metodo del surgelato

La surgelazione è un trattamento che consente la conservazione di derrate alimentari per lungo tempo portando la temperatura a valori pari o inferiori a – 18°C. Si differenzia dal congelamento sia per temperatura sia per tempi d’applicazione del trattamento. La surgelazione ha anche il vantaggio di mantenere completamente intatte le proprietà organolettiche e di freschezza nel prodotto surgelato. Il surgelato rallenta il deterioramento del cibo e, sebbene possa fermare il proliferare di microorganismi, non necessariamente li uccide. Molti processi enzimatici sono soltanto rallentati dal freddo. Quindi è consuetudine interrompere l’attività enzimatica prima del surgelamento, attraverso blanching (scottatura) oppure con additivi (mai conservanti, proibiti per legge).

Seguendo il bisogno primario di nutrirsi e trasformare i prodotti della natura, l’uomo ebbe bisogno conservare il più possibile il risultato dei suoi sforzi per averli disponibili in modo continuo.

Verso la fine del 1800 Pasteur ed Appert scoprivano la tecnica del prodotto in scatola sottoposto ad elevate temperature. L’uomo però nei secoli ha sempre utilizzato le basse temperature per migliorare la conservazione dei cibi. Solo nel 1928 Birdseye sviluppò negli Stati Uniti il primo sistema industriale di surgelamento a contatto, il quale permetteva di ridurre drasticamente i tempi di surgelamento. La tecnica si sviluppò velocemente e fu subito chiaro che più veloce era il congelamento dei cibi, migliore risultava la qualità del cibo all’atto del suo utilizzo, anche molto tempo dopo il processo di surgelazione,  fino ai 6 mesi.

Quando si applica il raffreddamento veloce ad un alimento si osserva una diminuzione della temperatura dalla superficie del prodotto al suo interno. Ad un certo punto l’acqua contenuta nel prodotto cambia di stato trasformandosi in cristalli di ghiaccio. Se il processo di raffreddamento è lento i cristalli iniziali tendono a crescere di dimensione (processo del congelamento) agglomerando l’acqua vicina, provocando parziale disidratazione e rottura delle pareti e delle membrane cellulari, causando normalmente, dopo lo scongelamento, una perdita di turgidità dei tessuti e una perdita di liquido tissutale e dei nutrienti in esso solubilizzati. Un’elevata velocità di raffreddamento (processo di surgelamento) invece, promuove una cristallizzazione uniforme del tessuto di piccolo ed omogenei cristalli; tanto più è veloce il raffreddamento tanto più si riducono i danni al tessuto, vegetale ed animale, del prodotto che si intende trattare, con il risultato che allo scongelamento il prodotto sarà molto simile al prodotto fresco in termini di turgidità, valori nutrizionali ed organolettici.

 

2.4 – Le tipologie di prodotti da forno surgelati

Premesso che per fare un buon prodotto bisogna saper utilizzare ingredienti di buona qualità e la sua lavorazione deve rispettare correttamente tutti i procedimenti, la surgelazione non è quindi  nient’altro che un sistema di conservazione.  Pertanto i prodotti su cui viene applicata la surgelazione non sono da intendersi di scarsa qualità, ma quest’ultima viene determinata dagli ingredienti, dalle lavorazioni, dagli ambienti in cui vengono prodotti.

Quindi per ottenere una migliore o peggiore qualità dei prodotti dipende da come essi vengono poi  “trasformati” nei punti vendita. Per questo sono importanti i fattori quali la lievitazione, nel caso si tratti di prodotti da lievitare, la cottura degli stessi, l’esposizione e le modalità di vendita.

Qui sotto elencate si possono trovare le varie tipologie di prodotti surgelati:

  • Impasti crudi da formare: sono pezzi di pasta crudi e surgelati, sia dolci sia salati, ancora da formare, lievitare se previsto, rifinire e cuocere.
  • Crudo e surgelato: sono quei prodotti che vengono impastati, formati e subito abbattuti e poi conservati a – 20° .
  • Precotti e surgelati: sono prodotti che vengono impastati, formati lievitati (nel caso si tratti di prodotti da lievitare) rifiniti nei particolari (es. tagli, ecc.) cotti al 70% / 90% e subito raffreddati, abbattuti e poi conservati a – 20°. L’utilizzo di questi prodotti viene anche definito come fase della “Doratura”.
  • Prelievitati e surgelati: sono quei prodotti che vengono impastati, formati lievitati rifiniti nei particolari (es. tagli, lucidatura, decorazione ecc.), abbattuti e poi conservati a – 20°. Questi prodotti vengono anche definiti “Pronto cottura”.

2.5 – Il mestiere del fornaio

Si è potuto notare quindi che nonostante la storia millenaria del pane, che ne fa una delle attività più antiche, il mestiere del fornaio è arrivato fino a noi mantenendo inalterati i sapori di un tempo. Visto che si parla di un prodotto di largo consumo, le cui radici partono da molto lontano per tradizione, cultura e importanza nutritiva, il pane non ha mai smesso di essere presente sulle nostre tavole per il piacere di consumarlo nella freschezza e genuinità alimentare.

L’abitudine al consumo giornaliero di pane e dei suoi derivati, ha determinato la necessità di scoprire nuove tecniche capaci di unire le ricette più artigianali con metodi sempre più moderni, senza trascurare la qualità e le caratteristiche nutrizionali del prodotto.

Quello del panettiere è un mestiere antico e faticoso in quanto si svolge di notte e nelle prime ore dell’alba, e ha come compito quello di portare quotidianamente sulle nostre tavole pane, focacce, pizze, ma anche torte, biscotti, piccola pasticceria. Questo richiede senza dubbio professionalità, impegno e costanza. Infatti, al fornaio è richiesto di conoscere gli ingredienti degli impasti da realizzare (pasta lievitata, sfoglia, frolla, ecc.) e i diversi tempi di lievitazione e di cottura. Deve sapere utilizzare correttamente le attrezzature (impastatrice e forno) ed essere in grado di effettuare piccole manutenzioni. Deve conoscere la normativa igienico-sanitaria del settore e, se svolge l’attività in modo autonomo, dovrebbe avere competenze in campo economico e gestionale.

La sua creatività e la sua manualità sono indispensabili sia nella fase di lavorazione, sia nella sperimentazione di nuove ricette, al fine di poter ampliare sempre più la gamma dei prodotti offerti.

La predisposizione ad interagire con il cliente è fondamentale nel caso in cui il panettiere lavori anche nella vendita dei prodotti. Infine, è importante essere flessibili nel proprio orario di lavoro e disponibili a continui aggiornamenti.

Il progresso tecnologico ha contribuito a ridurre i compiti e i disagi del panettiere, grazie all’introduzione di attrezzature e sistemi di produzione automatici in tutti i differenti processi di lavorazione. L’aiuto della tecnologia non è certo trascurabile, tuttavia impone un altissimo prezzo da pagare. La fatica e gli alti costi delle nuove tecnologie hanno determinato l’allontanamento dei giovani da questo mestiere e il risultato è che il numero dei panificatori diminuisce di anno in anno e con questo si rischia di perdere una tradizione.

 

2.6 – Il “Punto Caldo”

Il “Punto Caldo” vuole essere un nuovo tipo di rivendita di prodotti da forno, caratterizzato completamente dall’utilizzo di impasti crudi e surgelati che garantiscono alla clientela un ampio assortimento di prodotti di qualità sempre freschi, fragranti e genuini.

Come in ogni panificio, pizzeria o pasticceria, anche all’interno di ogni “Punto Caldo” vengono preparati e venduti pane, pizza, focaccia, torte salate o dolci e pasticcini, ma, contrariamente ai negozi tradizionali, non è prevista la fase di impasto. Questa scelta permette innanzitutto di non utilizzare impastatrici o macchine per la preparazione dei prodotti e secondariamente di trasformare gli impasti crudi e surgelati, valorizzando ancor di più la creatività di ogni operatore.

Inoltre, consente di soddisfare anche le più esigenti richieste di ogni acquirente abituale, incuriosendo allo stesso modo  anche diversi non clienti diffidenti o indifferenti al settore dei prodotti da forno o alla proposta del “Punto Caldo”.

Gli impasti vengono conservati in apposite celle di mantenimento a -25°C e al “Punto Caldo” non rimane altro che farli rinvenire o lievitare, a seconda delle modalità d’uso e di tempo, e cuocerli per venderli sempre freschi appena sfornati. Per aprire un “Punto Caldo” è necessario avere un locale idoneo per l’espletamento dell’attività. Inoltre, è fondamentale munirsi di autorizzazione igienico sanitaria rilasciata dalla ASL di competenza e comunicare l’inizio della propria attività al Comune in cui si intende aprire il “Punto Caldo”.

2.7 – Il panificio tradizionale e la rivendita

Per poter inquadrare il contesto in cui si inserisce il “Punto Caldo”, occorre confrontarlo con le due realtà presenti nel settore dei prodotti da forno: il panificio tradizionale e la rivendita.

Il panificio tradizionale si differenzia dal “Punto Caldo” per:

  • la presenza di un laboratorio attrezzato con macchine per la formazione dei diversi tipi di pane, quali per esempio le impastatrici e le spezzatrici;
  • la tempistica della lavorazione del pane che avviene solitamente nelle ore notturne o di mattina presto (generalmente da dopo mezzanotte fino alle 9/10 del mattino);
  • la produzione del pane che viene programmata e realizzata secondo un quantitativo fisso e non variabile. Tali prodotti vengono successivamente venduti durante tutta la giornata fino al loro esaurimento. A volte il prodotto rimane invenduto, altre volte finisce troppo presto, creando così un disservizio al cliente;
  • l’impiego di personale specializzato ed il suo lavoro notturno;
  • l’assortimento limitato a causa della disponibilità di un numero di attrezzature limitato e dalla necessità di non dover produrre tanti piccoli impasti che abbasserebbero la produttività.

La rivendita differisce dal “Punto Caldo” per:

  • la mancanza della “fase di cottura” del pane, in quanto il prodotto arriva già pronto per essere venduto;
  • la vendita di quantità limitate di prodotti, per il timore da parte dell’esercente di avere grosse quantità di invenduto a fine giornata, riducendo così ancor di più i propri margini;
  • un assortimento limitato di prodotti sul banco vendita, evidenziando così l’assenza di personalizzazione;
  • la possibilità di un rapido invecchiamento del prodotto e della contaminazione del pane, in quanto nel suo trasporto può essere esposto alle intemperie del tempo.

2.8 – L’analisi del macroambiente e l’analisi SWOT

Prima di illustrare le peculiarità e i vantaggi che si possono trovare all’interno del progetto “Punto Caldo”, occorre effettuare sia l’analisi del macroambiente sia l’analisi SWOT del “Punto Caldo”.

Il macroambiente è formato dall’insieme delle forze esterne sulle quali l’impresa non ha la possibilità di agire, ma dalla cui analisi riesce a comprendere minacce che incombono o le opportunità che si vanno generando nel contesto in cui essa si riferisce (Fiocca, 2010). Esso è composto dai seguenti sub-sistemi associati già alle caratteristiche del “Punto Caldo”:

  • sistema economico-finanziario: crisi economica, perdita di potere d’acquisto, aumento dell’inflazione, aumento della disoccupazione, difficoltà nell’avere prestiti da parte degli istituti di credito;
  • un sistema politico-legale: vi è un trend di continue liberalizzazioni che inizia dalla eliminazione del contingentamento delle licenze, passando dall’abolizione dei limiti all’apertura di nuovi esercizi e degli orari. Con l’adozione del DPR n°502 del 30 novembre 1998, si riserva la denominazione di “panificio” alle imprese che svolgono l’intero ciclo della produzione del pane (dalla lavorazione delle materie alla cottura finale) e la denominazione di “pane fresco” al pane prodotto secondo un processo continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione o alla conservazione prolungata di materie prime, dei prodotti intermedi e degli impasti;

Inoltre, la normativa prevede l’obbligo della dicitura “pane conservato” con l’indicazione dello stato e del metodo di conservazione, delle modalità di confezionamento, di vendita e delle modalità di conservazione e di consumo.

  • un sistema demografico: come in ogni paese occidentale, si sta vivendo in contesto caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione e da una diminuzione della natalità, compensata in parte dalle nascite degli immigrati;
  • un sistema socio – culturale: riduzione dei tempi per la pausa pranzo, meno persone sia per problemi di tempo, sia per abitudine, si dedicano a cucinare. Vi è un pregiudizio nella maggior parte degli italiani che il surgelato è sinonimo di non qualità. È sempre più difficile trovare giovani disposti a lavorare di notte. Vi è infine una crisi di identità del settore;
  • un sistema tecnologico: nel settore vi è una continua evoluzione delle tecnologie volte a generare miglioramenti nei processi produttivi, nella logistica, nei canali distributivi, nella comunicazione;
  • un sistema ambientale: attenzione a ridurre l’inquinamento.

L’analisi SWOT (acronimo per strenghts, weaknesses, opportunities, threats) invece è un strumento che è in grado di orientare il processo decisionale. Qui sotto si può osservare la SWOT del “Punto Caldo”.

PUNTI DI FORZA

  • offerta ampia di prodotti di qualità e di sicuro impatto con una dinamicità nell’assortimento;
  • presenza di prodotti freschi sul banco a qualsiasi ora del giorno;
  • facilità di gestire la produzione, le scorte e le ordinazioni dei clienti riducendo l’invenduto e gli sprechi grazie alla standardizzazione dei processi produttivi;
  • riduzione degli spazi di lavoro e quindi dei costi di locazione;
  • riduzione dei costi di energia, con un’attenzione particolare all’ambiente;
  • utilizzo di personale non specializzato (ma formato in breve tempo).

PUNTI DI DEBOLEZZA

  • mancanza di conoscenza del concetto di surgelato come strumento di conservazione;
  • non viene sempre rispettato il trasporto e la conservazione di questi prodotti, in quanto è fondamentale, per mantenere una qualità eccelsa, non interrompere la catena del freddo;
  • la gente comune, prima di provare i prodotti, non sa distinguere tra precotto surgelato e crudo surgelato;
  • brand poco conosciuto.

OPPORTUNITA’

  • incentivi per l’imprenditoria;
  • maggiori controlli degli enti preposti per il rispetto della legge 502/98;
  • sostegno dei fornitori nella ricerca e sviluppo di nuovo prodotti o processi produttivi.

MINACCE

  • aumento del costo delle materie prime in particolare del grano;
  • crisi economica con una conseguente fase di recessione;
  • ingresso di nuovi attori;
  • aumento delle imposte.

 

2.9 – I vantaggi del “Punto Caldo” derivanti dall’economicità e dalla personalizzazione 

 

Per poter verificare la veridicità del progetto e per poter argomentare che il “Punto Caldo” rappresenta un’ innovazione di valore nel modello di business dei prodotti da forno, ho posto alcune domande a due importanti personaggi del settore:

  • Vincenzo Mascio: pioniere del concetto di “Punto Caldo”, ha aperto una sforneria ad Arcore nel 2003 seguendo questa nuova metodologia. E’ oggi consulente per imprenditori di negozi al dettaglio e per la grande distribuzione, oltre ad essere un valido supporto per gli imprenditori produttori di surgelato. È anche formatore per gli operatori che realizzano i prodotti con il metodo del “Punto Caldo”.
  • Andrea Vecchi: imprenditore dell’azienda produttrice di prodotti da forno surgelati denominata “Forno di Levizzano” e proprietario di alcuni negozi caratterizzati dal progetto “Punto Caldo”.

Secondo i dati che mi sono stati comunicati, che derivano da un’analisi dettagliata dei bilanci dei loro “Punti Caldi” e dalla loro esperienza diretta, si può stimare che a parità di superficie  e di posizione del negozio e di impiego di personale destinato alla vendita, il “Punto Caldo” è più economico di un panificio tradizionale per le seguenti motivazioni:

  • risparmio iniziale di circa €. 80.000,00 per il mancato acquisto di attrezzature destinate al laboratorio quali impastatrici, sfogliatrici, gruppi per la formatura del pane, forni di ampie dimensioni per permettere una cottura in contemporanea di grossi quantitativi di pane prima dell’apertura del negozio, ecc. Per il “Punto Caldo” fondamentale l’acquisto di una “cella surgelati -20°” e di una “cella di ferma-lievitazione”, che funziona grazie alla programmazione delle lievitazioni, sopperendo così alla buona parte del lavoro notturno degli operatori del settore;
  • riduzione dei costi di energia di circa un 50%;
  • riduzione del 66% dei costi di personale destinato al laboratorio;
  • riduzione dello spazio destinato al laboratorio di circa un 33%.

Invece, l’acquisto medio di un impasto crudo surgelato per realizzare un prodotto da forno, si aggira intorno a 1,90 – 2,00 al kg, invece il costo medio degli ingredienti, partendo dalla fase di impasto è di circa 1,00 – 1,10 al kg, a cui devono essere aggiunti il costo del personale, dell’energia oltre agli interessi.

Inoltre, il “Punto Caldo” permette di aumentare di gran lunga le referenze dei prodotti, ampliando così l’assortimento per il cliente. In media, quotidianamente, si possono produrre almeno il doppio delle referenze, anche se si possono ottenere risultati di gran lunga superiori, con una buona fantasia degli operatori oltre ad una maggiore predisposizione nel provare nuovi prodotti negli acquirenti.  Un maggior assortimento va incidere in media su un aumento delle vendite pari ad un 25%. Aumentando l’assortimento, si generano vendite d’impulso.

Con lo sviluppo della grande distribuzione, i margini della vendita di pane di panificio tradizionale si sono assottigliati fino al 50%. Il “Punto Caldo”  permette di realizzare prodotti che la grande distribuzione non possiede e questo permette di vendere con un “premium price” ciò che la concorrenza non dispone, aumentando i margini fino al 90%.

Prima dell’avvento della grande distribuzione, i margini per un panificio tradizionale erano attorno al 100%.

Le informazioni che sono state date rappresentano una media, perché ci sono diversi fattori che possono influenzare soprattutto i ricavi come per esempio:

  • la predisposizione del personale destinato alla vendita;
  • il bancone e l’arredamento del negozio;
  • l’ubicazione del negozio;
  • le competenze degli operatori destinati al laboratorio;
  • gli orari e i giorni di apertura del negozio;
  • la vicinanza dai concorrenti.

2.10 – La catena del valore

Come già visto nelle pagine precedenti, la catena del valore è costituita dal margine che, come spiegato nel paragrafo precedente, risulta essere in aumento rispetto ad un panificio tradizionale e dalle attività generatrice di valore, che a loro volta sono composte da attività primarie e di supporto.

Le attività primarie previste nel “Punto Caldo” sono:

  • logistica in entrata: ricevimento dal fornitore degli impasti surgelati, facendo attenzione a non interrompere la catena del freddo. Gestione quotidiana dei materiali destinati alla produzione e del magazzino, ponendo l’attenzione sull’andamento delle scorte, che risultano quindi essere ancor di più fondamentali che in un panificio tradizionale. Controllo di conformità relative agli acquisti;
  • attività operative: consistono nella programmazione della “cella ferma – lievitazione” e nella trasformazione dell’impasto in prodotto destinato alla vendita, attraverso l’uso di un manuale operativo;
  • logistica in uscita: nella predisposizione dei prodotti sul balcone producendo continuamente i cosiddetti “prodotti immancabili” e intervallando nell’arco della giornata quelli “alternativi”. Programmazione settimanale delle vendite che consentono di avere un “premium price”;
  • marketing e vendite: attenzione al decoro del bancone e del locale promuovendo solamente il proprio brand, promozione dell’attività del negozio attraverso sito internet, acquisto di spazi pubblicitari sui giornali, volantinaggio. Inoltre, vengono previste delle promozioni con sconti ed abbuoni. Infine vi è una continua ricerca dei bisogni del cliente, personalizzando ove possibile i prodotti destinati alla vendita;
  • servizi: vengono previsti corsi di aggiornamento per gli operatori.

Le attività di supporto invece previste sono:

  • approvvigionamento: vi è una continua ricerca di condizioni sempre più ottimali per l’acquisto di prodotti surgelati, selezionando il fornitore che rispetti pienamente la catena del freddo e che proponga un impasto che abbia un buon rapporto qualità/prezzo e che permetta di realizzare un numero elevato di referenze;
  • sviluppo della tecnologia: vi è sempre un’attenzione per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e processi che permettano di creare valore per il cliente;
  • gestione delle risorse umane: dopo un periodo di prova, basato sull’analisi della predisposizione al lavoro destinato e all’affidabilità della persona, vi è una tendenza all’assunzione a tempo indeterminato del personale, che deve essere sempre disposto ad un continuo aggiornamento. Sono previsti degli incentivi in base anche ai risultati;
  • attività infrastrutturali: vi è una oculatezza per una costante pianificazione strategica, per il controllo di gestione e per la qualità della propria proposta.

2.11 – L’innovazione di valore

Grazie allo schema “eliminare-ridurre-aumentare-creare”, adattato al concetto di “Punto Caldo” e qui sotto elencato,  è possibile osservare  come questo progetto possa rappresentare un’innovazione di valore per il comparto dei prodotti da forno.

ELIMINARE

  1. fase dell’impasto;
  2. personale specializzato e delle ore lavorative notturne;
  3. i rischi legati alla perdita del personale, grazie al fatto che è più semplice imparare ad essere un operatore destinato all’attività di laboratorio;
  4. eliminare gli scarti dovuti ad errori di ricettazione (il fornitore in caso di prodotto non conforme sostituisce la merce).

RIDURRE

  1. spazio adibito a laboratorio;
  2. costi fissi quali utenze, attrezzature e personale;
  3. gli sprechi derivanti dall’invenduto quotidiano;
  4. utilizzo di prodotti surgelati che non sono stati dichiarati correttamente come previsto dalla legge 508/98  garantendo  la qualità e la sicurezza del cliente grazie ad una comunicazione corretta;
  5. i rischi d’investimento.

AUMENTARE

  1. vendite e i margini;
  2. gli orari di apertura;
  3. assortimento, con la possibilità di spaziare in più famiglie di prodotti;
  4. possibilità d’apertura di nuovi punti vendita anche da parte di persone nuove al settore;
  5. la passione nei confronti di un mestiere che fa parte delle nostre tradizioni;
  6. possibilità di esportare un progetto senza troppe difficoltà.

CREARE

  1. nuovi prodotti grazie alla personalizzazione;
  2. nuovi servizi (organizzazione di feste di compleanno, uscite didattiche, ecc);
  3. possibilità di rivalorizzare punti vendita destinati alla chiusura;
  4. nuove opportunità di lavoro e nuova imprenditoria;
  5. ricreazione dell’artigianalità.

 

2.12 – Il quadro strategico

Dopo aver individuato lo “schema eliminare-ridurre-aumentare-creare” necessario per rispondere alle quattro domande fondamentali per la creazione della curva di valore, occorre definire il quadro strategico del “Punto Caldo”. Sull’asse verticale si trovano dei valori, su una scala da 0 a 450, che stanno ad indicare il livello di offerta percepito dagli acquirenti inerente ai fattori competitivi. Sull’asse orizzontale invece si possono osservare i fattori in cui si concentrano la concorrenza e gli investimenti del settore.

 

CONCLUSIONE

La stesura della tesi mi ha dato la possibilità di approfondire e conoscere un ambito a me sconosciuto come quello dei prodotti da forno. Ritengo che il “Punto Caldo” possa rappresentare sia una nuova opportunità di business, sia un rilancio del settore.

Ho redatto questa tesi con vitalità e determinazione, con l’intento di approfondire diversi aspetti teorici al fine di inquadrare meglio le caratteristiche del “Punto Caldo”.
Il mio augurio è che in futuro possa avere ancora questa energia per ricercare nuovi “oceani blu”,  confrontandomi con professionisti e valorizzando le diversità delle persone.

Spero che ogni persona possa coltivare la propria passione, vivendo con intensità il proprio ruolo e dedicando  tempo per approfondire nuovi aspetti e confrontandosi, al fine di creare una “catena del valore”, che valorizzi ogni ambito professionale ed umano.

BIBLIOGRAFIA

 

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  1. Crespi Roberta, (2009), Operations, supply chain e strategie competitive, Giappichelli Editore.
  2. Daft, Richard, (2007), Organizzazione Aziendale, Apogeo.
  3. Fiocca R., Sebastiani R, (2010) Politiche di marketing, McGraw – Hill.
  1. Pezzuto, Ivo, (2011), Slide delle lezioni.
  1. Chan Kim, Renèe Mauborgne, 2010, Strategia Oceano Blu, Etas Editore.

La cella di fermalievitazione

La cella di fermalievitazione

Lo scopo dell’utilizzo di queste celle è quello di rallentare la fermentazione mediante l’abbassamento della temperatura, fino al momento desiderato, che può anche essere dopo 24-48-72 ore dall’impastamento, con gli indubbi vantaggi di riduzione del lavoro notturno, la possibilità di ottimizzare la produzione, programmare le sfornate, offrire ai propri clienti il prodotto sempre più fresco, riducendo gli scarti.

I tempi e le temperature da impostare nella cella di ferma lievitazione nella maggior parte dei casi si dividono in quattro fasi fondamentali, ed una quinta fase “Facoltativa, o D’emergenza”:

1° Fase, Abbattimento

2° Fase, Mantenimento

3° Fase, Rinvenimento o risveglio lieviti

4° Fase, Lievitazione

5° Fase, Rallentamento lievitazione

N.B. Il valore dell’umidità va mantenuta costante ogni diverso ciclo 24-48-72, cioè 75/80%

1° FASE ABBATTIMENTO:

La fase dell’abbattimento consiste nel programmare la cella, prima di incominciare la lavorazione, a una temperatura di -5°C/-10° C, per il tempo necessario a concludere la lavorazione.

2° FASE MANTANIMANTO:

Per fase di mantenimento si intende il periodo di tempo che intercorre tra l’abbattimento e la prefermentazione e consiste nel mantenere i prodotti a una temperatura di cella di +1° C/ +2°C.

3° FASE PREFERMENTAZIONE:

E’molto importante per l’attività metabolica dei lieviti. La si può definire come “la fase di passaggio”, in cui i lieviti riprendono la loro attività dopo lo choc termico causato dal freddo.

In questo caso la cella sarà a +12° C per 2 ore.

4° FASE LIEVITAZIONE:

Per quanto riguarda la lievitazione, avverrà con una temperatura di 30° C per 2 ore, il tempo di lievitazione dipende molto dalla dimensione del prodotto, dalla quantità ed il tipo di lievito utilizzata nell’impasto.

5° FASE RALLENTAMENTO LIEVITAZIONE:

La fase di rallentamento di lievitazione, è una possibilità che quasi tutte le celle di ferma lievitazione hanno, io non ne consiglio mai l’utilizzo.

A mio parere rovina il prodotto, non rallenta come pensiamo la lievitazione, crea sul prodotto una pelle/crosta che compromette il risultato finale.

Esempio di programmazione della cella:

Dopo l’abbattimento, si calcola il periodo di tempo che passa dal momento della programmazione a quello dell’infornamento, si sottraggono le ore di prefermentazione e quelle di lievitazione ed il risultato rappresenta le ore di mantenimento.

L’umidità nella cella di ferma lievitazione ha un’importanza fondamentale. Si consiglia di rispettare la seguente relazione: 30° e 75/80% di umidità relativa, mantenendo il più possibile chiusa la porta della cella. Se, per motivi pratici questo non fosse possibile, basta aumentare di qualche grado la temperatura e di qualche punto la % di umidità.

Gl’impasti molli (francesi, ciabatte etc.) non richiedono valori eccessivi di umidità, mentre gl’impasti asciutti necessita di valori di umidità abbastanza elevati.

Tenendo conto che quando facciamo un ciclo di lievitazione programmato con tutte le fasi, il passaggio da abbattimento, mantenimento, lievitazione, (freddo a caldo) genera un’umidità naturale.

 N.B.:  Non tutte le celle di Ferma lievitazione sono uguali, ogni marca chiama le fasi con nomi diversi, ma il principio è abbastanza comune